Nico Arezzo – Non c’è fretta: è importante rallentare
Da quando ho deciso di voler dare una svolta alla mia carriera professionale, la content creation fatigue mi prende per la gola. Sia chiaro, niente che abbia a che fare quando pubblichi il contenuto sbagliato, non è quando i numeri non tornano. Ma mercoledì sera, nel mezzo della settimana, quando dovresti avere ancora l’energia per arrivare al venerdì, sei già a pezzi e vedi di fronte a te una marea di task che speravi di smarcare molto prima.
Ecco, io quel momento l’ho vissuto con una chiarezza cristallina questa settimana. Ho aperto il mio quadernetto, ho riletto gli appunti scarabocchiati nella notte tra il 15 e il 16 gennaio (la mia maratona di ascolti fino alle 4 di mattina, la FOMO che mi ha tenuto sveglio davanti alla scrivania mentre usciva la qualunque) e mi sono ritrovato a fissare due parole scritte in grande, con la grafia veloce di chi stava cercando di non perdere un pensiero: non c’è fretta.
Il paradosso è tutto lì. Io che ascolto un disco sull’importanza di rallentare alle quattro di notte, di venerdì, con le cuffie in testa e gli occhi già storti mentre apprezzo comunque il lavoro di Nico Arezzo.
Chi cazzo è Nico Arezzo?
Non amo ripetermi, quindi se vuoi la risposta completa puoi andare direttamente a leggere quello che ho scritto quando ho parlato di Non c’è mare. Il succo, però, te lo do lo stesso: Nico Arezzo, viene da Ragusa, ha trovato casa a Bologna, e fa una musica soul e funky che non somiglia a niente di quello che senti girare normalmente nell’indie italiano.
Un ossimoro chiamato Sila
Prima di parlare delle tracce, devo dirti com’è nato questo disco, perché la genesi è inseparabile da quello che ascolti.
Nico si è chiuso per dieci giorni in una baita a Moccone, nel cuore della Sila cosentina. Ha tappezzato una parete di legno con centinaia di post-it, ha scritto un pezzo al giorno, e poi tutto è stato registrato in una casa vicino a Garda: un po’ come una scampagnata tra amici con gli strumenti in macchina, sistemando il suono con qualche accrocchio artigianale.
Il risultato? Un disco scritto in un mese, che parla di non avere fretta. Un ossimoro.
Se Non c’è mare, il suo album d’esordio, era nato dalla nostalgia di chi viveva lontano da casa da dieci anni, questo secondo lavoro nasce in un posto che non è né la Sicilia né Bologna. Nasce in mezzo ai boschi. E si sente.
Non c’è fretta
Iniziamo
intro ci prende per mano per questo primo minuto prima dove Nico parla di sé, del suo rapporto col palco, di com’è passato dal salirci tramite il dietro le quinte per poi passare ad uno che sale come protagonista e il palco se lo mangia, nonostante poi arrivi ad ridimensionarsi e leggermente a svalutare quello che fa. Ma forse perché sta andando di corsa.
Fermarsi è difficile, ma almeno ci proviamo
La title track stabilisce subito il patto con l’ascoltatore: questo non è un album che ha bisogno del suo tempo. Non c’è fretta, il brano, nasce dal desiderio di fermarsi in un mondo che non sa farlo. Spesso corriamo senza sapere perché. Forse per ormai siamo dentro questo sistema che ci richiede di essere sempre performanti? O forse perché siamo mediamente più insicuri e abbiamo quella costante paura di non essere mai abbastanza? Non troveremo una vera risposta in questo dialogo tra Nico e Lauryyn, ma a volte basta fermarsi un attimo e guardarsi attorno per capire quanto siamo andati lontani.
Certe cose non cambiano
sempri ‘a stissa con Anna Castiglia è uno dei momenti dove il disco mette le cose in chiaro. La struttura è semplice e precisa: insieme raccontano la stessa storia dai due poli opposti, senza che nessuno dei due abbia torto. Il finale in siciliano stretto completa il cerchio: il brano parte in italiano e finisce immerso nel dialetto, che è usato maggiormente nel momento in cui si vuole enfatizzare quel mollare i freni per dar sfogo alla parte più istintiva e emotiva.
Il dolore del non sapersi dire addio
da dio porta avanti il gioco di parole con “addio” soprattutto nella parte finale. Due parole che si somigliano, ma che contengono tutto il peso del lasciare andare qualcuno senza riuscire mai a dirtelo davvero. Cresci con qualcuno, cambi, e cambiando vi perdete, ma fate finta che non stia succedendo pur di non affrontarne le conseguenze. E nel frattempo quella persona diventa una figura sbiadita nella tua quotidianità, ancora lì ma già altrove. È in quel momento che capisci quanto sia difficile ricominciare dopo una vita passata a condividere tutto e accettare che le cose finiscano.
Sangue siciliano su ritmi antichi
sancu significa sangue in siciliano, e il brano racconta una notte a letto tra due persone che si sentono troppo diverse ma in fondo troppo simili. Quel che rende il pezzo unico nell’economia del disco è come Nico riesce a fondere il mondo orientale, che ha storicamente contaminato la cultura siciliana, con i suoni moderni, creando qualcosa che sembra venire da molto lontano nel tempo ma suona perfettamente contemporaneo. Non è un pezzo facile. Soprattutto con un testo totalmente in siciliano. È un pezzo che si ascolta una volta e poi ci torni sopra senza sapere bene perché.
Il desiderio come atto comune
vorrei mi offrissi la colazione con Laurino ha una caratteristica che la rende unica in tutto l’album: è l’unico brano in cui Nico e il featuring cantano insieme per tutta la durata del pezzo, in modo paritetico, senza che una voce prevalga sull’altra. Non è poco. In un disco costruito su collaborazioni pensate come dialogo, questa è la traccia dove il dialogo diventa letteralmente unisono nel raccontare questa storia di incertezza e di dubbi.
La bomba che nessuno si aspettava
Arrivi a terapia d’urlo con la Bologna Bridge Band e capisci che tutto il resto dell’album non avrà lo stesso effetto. È la traccia più esplosiva, coinvolgente, viscerale, ma non è esattamente quello che sembra. Sotto la superficie divertente e trascinante c’è una presa in giro feroce e precisa della situazione precaria in cui vivono tutti gli artisti emergenti in Italia. Nico prende una cosa terrificante, la stravolge con la musica e la esorcizza con una presa in giro. Una polemica a tutti quelli che trattano la musica come un contorno e non come un lavoro, e funziona dannatamente bene.
Quando basta crederci
manifestami mi ha riportato direttamente ai litigi con le mie ex. I battibecchi di coppia sono raccontati insieme a Ugo Crepa in quella dinamica da film che ci ha rovinato tutti almeno una volta: due persone che si accusano, discutono, escono di casa per sbollire, ma che alla fine si cercano lo stesso. Puoi fare Como-Fano a piedi, alla fine torni sempre da lei. Con un senso di inadeguatezza addosso, ma torni. Il titolo lo dice meglio di qualsiasi spiegazione: manifestami. Sfogati pure su di me. Sono ancora qui.
La paura vissuta, non eliminata
senza paura con AINÉ è il brano che affronta il tema della paura. La visione di Nico è precisa e non banale: la paura e la tristezza non vanno eliminate, perché tornano sempre. Vanno vissute come ci va, scoprendosi attraverso di esse. L’immagine di questa lotta al caos interiore e cercare comunque di mantenere il controllo attraverso un dialogo interiore che fissa per bene le paure ma che comunque tende a rassicurare.
Quella volta che Eugenio ha pianto
Anche Eugenio piange è il brano che ti spiazza perché parte da un episodio minuscolo e reale. Eugenio era il vicino di casa di Nico a Bologna (adesso sono coinquilini) e Nico lo guardava come una persona di sensibilità fortissima, qualcuno che sembrava vivere la vita con una tranquillità che lui non riusciva ad avere. Un giorno Eugenio ha una brutta giornata, Nico gli chiede come stia davvero, e Eugenio risponde secco: “Ieri sera ho pianto.” Nico non se lo aspettava. Da quella risposta nasce la canzone, e il coro finale, fatto da tutti gli amici di Nico, trasforma un momento personale in qualcosa di collettivo. La vulnerabilità maschile resa musica senza retorica, senza sentimentalismo. Solo la verità di un momento.
Insicurezza che torna
come sai fare tu è il passaggio decisamente più tenero tra queste tredici tracce. Nico parla di nuovo a se stesso e qui viene fuori tutta l’insicurezza in quei giorni di scrittura che dovevano essere solo 7, rinchiuso in una baita da solo, come un eremita senza sapere se sarebbe mai riuscito in questa impresa titanica riuscendo a rispettare le scadenze.
Giulietta e Romeo negli abissi del mare
‘u pisci spada è una cover di Modugno, e la storia che racconta è una di quelle che ti fermi ad ascoltare anche se non l’hai mai sentita prima. Alcuni pescatori tra Calabria e Sicilia si accorsero che, quando pescavano il pesce spada femmina, il maschio seguiva la barca, preferendo morire con lei piuttosto che cercare un’altra compagna. Modugno stesso la definì “Giulietta e Romeo negli abissi del mare”. Nico la riarrangia senza perdere il tracciato originale: la svecchia, la porta nel 2026, ma non la tradisce.
Ritorno alle origini
corpo legno chiude il disco come unica registrazione live nella baita di Moccone, esattamente dove tutto è stato scritto. Come Nico voleva tornare alle sue origini in Non c’è Mare, il disco torna nel posto che l’ha generato. Il titolo evoca la materia stessa del luogo: legno, foresta, natura, e funziona come una dedica silenziosa alla Calabria e all’esperienza della Sila. Niente fronzoli, niente produzione. Solo quello che circondava Nico mentre cercava di venire a capo di questa matassa diventata Non c’è fretta.
Non c’è mare vs. Non c’è fretta
Non c’è mare era un album d’esordio con degli alti clamorosi e dei momenti che in confronto sembravano fin troppo banali. Aveva la struttura di una raccolta di singoli tenuti insieme dalla voglia di raccontarsi di Nico in un album. Funzionava a picchi. Non c’è fretta è un disco diverso: le tracce sono state pensate e posizionate per stare esattamente dove stanno, creano un ritmo di ascolto che non annoia mai, e la presenza delle collaborazioni, sei featuring tutti nati da amicizie reali, dà al disco una coesione che il precedente non aveva.
In poche parole: Non c’è fretta è un album più adulto.
Nico ha ascoltato alcune cose che il suo pubblico chiedeva, più dialetto siciliano dopo il successo di Nicariaddu, la collaborazione con Anna Castiglia dopo che il web la chiedeva da mesi, ma lo ha fatto senza svendere niente. La Sila è ancora lì, in ogni pezzo. Il bosco non se n’è andato.
E poi c’è quel titolo che si rilegge diversamente dopo l’ultimo ascolto. Non c’è fretta. Scritto in un mese. Da un ragazzo che non riesce a smettere di correre. Che te lo racconta senza vergogna.
Io quella notte di gennaio ero alla scrivania con le cuffie, gli occhi storti, e la FOMO che mi teneva sveglio pur di ascoltare cosa era successo in quei dieci giorni che ha passato in un bosco da solo con i suoi post-it. E per 40 minuti, ho smesso di correre anche io.
Altri consigli
→ Elephant Brain – Almeno per ora
L’ultimo lavoro degli Elephant Brain è sicuramente uno di quei dischi da recuperare nella scena emergente italiana.
→ CALMI – Una comune esperienza umana
Se sei un overthinker, questo è assolutamente il disco che fa per te. Se poi ami anche le produzioni un po’ sporche non potrai non innamorarti di questo disco.
Per altri ascolti che mettono in discussione il concetto stesso di buon gusto, dai un’occhiata alla sezione musica.
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
