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Copertina del nuovo album FUORIMODA - Cristiano Sbolci
Musica

Cristiano Sbolci – FUORIMODA: Il disco che è un film degli anni ’70

By Aleister Rush
8 Maggio 2026 8 Min Read
0

Dopo un anno di pubblicazioni incessanti mi sono trovato costretto a prendere una pausa. E vi assicuro che il motivo è più che giustificato.

Non vi nascondo che ha avuto un certo peso per me non mettermi come ogni venerdì a scavare nelle nuove uscite degli emergenti. Il backlog della musica estera è già mastodontico di suo: iniziare anche una coda di artisti italiani non mi sembra il caso, non dopo il lavoro certosino fatto in questo primo anno. Ma il punto è un altro. 

Questa roba dello scrivere si è spostata fuori da internet. Un anno fa era impensabile che le mie opinioni, le mie sensazioni, la mia voglia di raccontare la musica mi avrebbero portato a essere invitato a un primo, piccolissimo evento lontano da casa. E questo ha innescato una serie di cose impossibili da fermare, che mi stanno portando sempre più a contatto con le realtà della musica alternativa, delle piccole etichette, dei festival.

Sapete a quanto tengo a dare il giusto spazio agli artisti che per me sono rilevanti. E una di queste gite fuori porta mi ha fatto conoscere Umberto, una persona squisita che lavora in Pulp Music. Lui già mi conosceva di vista: gli era capitato di sfuggita il mio precedente racconto su giovanni ti amo, che fa parte del loro roster. 

Dopo quella sera ho continuato il mio giro per vedere amici e fare altri contatti, e inevitabilmente una delle stories di Umberto mi fa notare l’artista di oggi. Cristiano Sbolci. 

Annunciava il live in anteprima del nuovo disco, il 6 maggio. Qualche post prima, invece, aveva spoilerato la copertina con la tracklist. E quando ho visto la collaborazione con MOX ho molestato fortemente quella povera anima di Umberto, che gentilmente mi ha mandato il disco in anteprima.

Ma torniamo a Cristiano. Quel nome lo avevo già sentito, ma non ricordavo perché. Poi tutto si è chiarito quando mi sono posto la mia domanda preferita.

Chi cazzo è Cristiano Sbolci?

Dopo un attimo di ricerca ho chiarito subito il dubbio. Cristiano Sbolci è un cantautore da sempre. Classe ’89 (annata che odio e amo) e non è assolutamente l’ultimo arrivato sulla piazza. 

Io lo conosco perché era un membro dei Siberia, una delle band che all’epoca mi hanno colpito nelle produzioni di Maciste Dischi, quando l’indie era già esploso e si era affermato nelle nostre cuffie. Ma ho anche scoperto che poi ha avviato un altro progetto, Caleido, che devo assolutamente recuperare.

Prima di premere play: un consiglio

Per cogliere al meglio l’immaginario che Sbolci costruisce in questo disco, ti conviene avere un minimo di infarinatura sul cinema d’autore italiano degli anni ’70. I registi come Antonioni, le colonne sonore di Morricone, e in generale quel mondo di pellicole dove le relazioni umane venivano raccontate con una tensione lenta, con lo stile un po’ noir che sembra essere fortemente a cuore di Sbolci. In questo album riconoscerai campionamenti e richiami diretti a film come D’amore si muore e Metti, una sera a cena (questi sono quelli che ho riconosciuto subito), ma ce ne sono tanti altri che ancora sto cercando di individuare con un po’ di ricerca. Tienili a mente. Sono la chiave per entrare nel posto giusto.

E devo ammettere che questo innesca uno dei miei giochi preferiti: collegare i puntini. Cercare di conoscere un artista attraverso quello che semina nei pezzi, senza mai averci avuto a che fare. Capire cosa lo muove, cosa guarda, cosa lo tiene sveglio. È un modo per entrare nella testa di qualcuno passando solo dalla sua musica.

FUORIMODA

Questo è uno di quei dischi che preferisco raccontarti per blocchi tematici piuttosto che seguire l’ordine della tracklist. I fili che collegano i pezzi tra loro non rispettano la sequenza in cui li ascolti. Così riesco a raccontarli meglio.

In più, per le citazioni che ho riconosciuto, ho deciso di linkarti proprio le scene. Vengono tutti da film importantissimi che con la scusa hai anche modo di recuperare se non li hai mai visti.

Titoli di testa, interludio e titoli di coda

Questo disco è incorniciato come un film. E non è un caso.

FUORIMODA apre tutto con una strumentale che al primo ascolto ti mette sull’attenti. Batteria possente, basso, synth e un solo di tromba. Sembra una bellissima sessione di riscaldamento in studio che ti dà lo spazio per entrare. HAI AVUTO PAURA? spezza il ritmo a metà album: un clarinetto ti porta indietro di 70 anni, arricchita da flauto traverso, theremin e campionamenti. Tutto strizza l’occhio alla scena progressive degli anni ’70, e non nascondo che questo cambio di passo non mi è per niente dispiaciuto. IL VIZIO chiude con un’altra strumentale che richiama i titoli di testa e l’ondata delle colonne sonore dei film d’autore. La citazione di Metti, una sera a cena l’ho riconosciuta al volo.

Apertura, pausa, chiusura. Come al cinema.

Amori che finiscono (e i ricordi che restano)

Un filo che tiene insieme queste tre tracce è lo sguardo di chi resta dopo. Storie d’amore diverse tra loro, ma tutte raccontate dallo stesso punto: quello in cui è già finita e non ti resta che fare i conti con i ricordi.

ROCK’N’ROLL disorienta subito rispetto all’intro di FUORIMODA. L’atmosfera di un vecchio film, pop, intimista. Una storia d’amore raccontata come una scena da film d’autore dove si gioca col tempo: luna di miele, lite, complicità, incomprensione, le parole della madre di lei che sostiene che Cristiano porti la figlia su male strade. Poi ognuno per la sua strada.

DIVI MORTI DEL POP l’ho sentita come una chiacchierata immaginaria. Quelle conversazioni che ti fai in testa da solo quando rivedi qualcuno a cui ancora vuoi bene, ma che non vedi da tanto. Qui Cristiano si cita da solo chiedendosi se “lei” ascolta Caleido su Spotify. Perché quella persona sembra così diversa, così distante, da farti domandare se anche tu sei finito insieme a tutte quelle figure di culto, che insieme apprezzate, che ormai non ci sono più. Non per la fama, ovviamente.

TI PREGO LASCIATI GUARDARE BENE è il singolo che ha anticipato il disco. Sono sincero: al primo ascolto mi ha fatto storcere il naso. Nostalgia pura, primo minuto minimal piano e voce, poi si apre. Non sono in target. Ma nei giorni dopo ci ho ripensato spesso. È forse la traccia che più sottolinea la bravura della penna di Sbolci: riesce a imprimere la pesantezza di certi ricordi anche in chi ascolta. Se trovi conforto nelle canzoni tristi, questa fa al caso tuo.

Scene da una notte

Qui il punto di vista si sposta. Non si parla più di relazioni lunghe che lasciano macerie, ma di incontri: quelli che durano una sera, quelli raccontati da fuori, quelli che esistono solo nell’immaginario di qualcun altro. L’ambientazione diventa quasi cinematografica, e non è un caso che le citazioni ai film d’autore si concentrino qui.

ERA UNA SERATA COME TANTE ALL’ORTICA. Lo scenario mi è familiare. Locale, un paio di drink, due chiacchiere, la tensione che sale. Lei è bellissima, elimina ogni distrazione. Ma usciti dal locale, ognuno a casa sua. L’unica cosa che resta è l’amaro in bocca. Nota di merito: il riferimento alla Dafne trafitta da Eros per accentuare repulsione e rifiuto. Chi ha detto che le storie di una notte non fanno male?

MALEDETTO AMORE MIO cambia prospettiva. Stavolta Cristiano ha la funzione solo di narratore, almeno l’ho percepita così. Lei con la maglietta degli Strokes incontra lui in un bar, uno di quelli non troppo frequentati. Bei ricordi, vita da “rock star”. Rottura. Le figure retoriche del testo diventano immersive, e la citazione di D’amore si muore non è casuale. Anche per i meno attenti, cita esplicitamente Morricone che ha scritto la colonna sonora.

IL PIANOFORTE DI SEBASTIAN BACH è un altro pezzo che dimostra quanto Sbolci sia bravo nelle descrizioni. Quella donna e le figure ti restano in testa e sono molto vivide. Una sirena moderna, magnetica e fragile, sospesa tra la voglia di scappare e l’incapacità di mollare quello che le fa male. Il mare, i jazz club. Un pianista come  Bach che diventa metafora per la vita dipinta come un festival che prima o poi finisce. L’amore qui brucia e salva allo stesso tempo, e la musica è l’unico rifugio che resta.

LA MORTE DI UNA STAR è il pezzo più crudo del disco. Una ragazza che si perde rincorrendo l’apparenza, le conferme, gli eccessi. Social, dipendenze, sexting: il ritratto di una modernità che ti divora l’identità un pezzo alla volta. La “star” che muore non è una celebrity, è chiunque si sia fatto consumare dal bisogno di essere visto. Tutto impacchettato nel classico pezzo che se lo ascolti distrattamente neanche ti rendi conto della critica a determinate dinamiche.

COSMETICI E VELENI ci catapulta in uno scenario immaginario anni ’70 di cui è facile sentire nostalgia. Le feste, gli eccessi, la vita da ricchi. Ma tutto filtrato come ambizione di una donna che vive nella nostra contemporaneità. avendo citato Florinda Bolkan insieme a tutti questi dettagli, ho pensato subito a Metti, una sera a cena, ma ho qualche dubbio che sia ripreso in questa traccia, sapendola già presente nella strumentale finale.

Il pezzo

Ogni disco ha quel momento in cui tutto si alza di un gradino. Qui è questo. 

IL RUMORE DI UN BACIO. Il brano che ha acceso tutto il mio interesse su questo disco. E non sono stato deluso. MOX in questa canzone dolcissima si infila benissimo nell’immaginario costruito da Sbolci e insieme hanno tirato fuori qualcosa che secondo me lo pone su un altro livello rispetto a tutto il resto. La scrittura rende ogni cosa più vivida, enfatizzata al massimo da un sound un po’ retrò con la presenza di archi e quel white noise che ti regala l’esperienza artificiale ma gradevole dell’ascolto in vinile. Il punto più alto del disco, esattamente in tempo prima che finisca.

E quindi?

Ve lo dico: a primo impatto questo disco mi è sembrato si appiattisse velocemente. Dopo la promessa enorme di quell’intro strumentale, le tracce successive rischiavano di confondersi in un unico mood, e la sensazione era di un lavoro che non manteneva le premesse.

Poi l’ho riascoltato. E poi ancora. E a ogni giro qualcosa si sbloccava. Ho iniziato a cogliere le variazioni di andamento che al primo passaggio mi erano sfuggite: i cambi di passo, i dettagli negli arrangiamenti, il modo in cui ogni pezzo si incastra nel successivo. E soprattutto ho trovato la chiave di lettura giusta. Tutti quei puntini che cercavo nei testi portavano allo stesso posto: il cinema. Questo non è un disco che vuole sorprenderti traccia per traccia. Questo è un film d’altri tempi e il regista è Sbolci: tensione lenta, costruzione emotiva e quel modo di raccontare le relazioni umane con una cura quasi ossessiva. Una volta che lo guardi con quegli occhi, tutto prende il proprio posto.

E i campionamenti non sono solo citazioni dei film che per lui contano. Raccontano l’intimità di Sbolci, la sua vita vissuta come se fosse un film d’altri tempi. È il suo modo di farti entrare senza aprirti la porta.

Non è un disco per chi ha fretta. Ma se gli dai il tempo che chiede, ti restituisce parecchio. Mi ha fatto venir voglia di rivedermi quei film che ha reso parte di questi pezzi. Io ne ho riconosciuti alcuni, ma sono sicuro che ce ne siano altri che mi sono sfuggiti: se ne trovi, fammelo sapere nei commenti, così li aggiungo. Voglio unire tutti i puntini. E se questo è l’effetto che un disco ti lascia, portarti a cercare altrove per capire meglio cosa hai ascoltato, allora ha fatto il suo lavoro fino in fondo. 

Al prossimo disco.

Letto: 53
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