Nico Arezzo – Non c’è mare: l’unica cosa che manca a Bologna
Non serve andare lontano per accorgersene: anche la musica, oggi, è diventata un prodotto usa e getta.
Brani fotocopiati, playlist infinite, melodie senz’anima. Canzoni nate per durare non rimanere, dove spesso i musicisti non suonano, i cantanti non cantano e a volte nemmeno esistono davvero.
Questa è la plastificazione della musica. Un fenomeno che non nasce con Spotify, ma che oggi, tra produzioni a basso costo, algoritmi e intelligenza artificiale, si è trasformato in un’onda che ci sommerge ogni settimana.
Proprio come il mare nella vita reale: un tempo luogo di relax, oggi tramutato in discarica. Le playlist editoriali sono ormai oceani di brani inconsistenti, da cui ci limitiamo a prendere quello che galleggia. La musica è diventata un sottofondo continuo, un rumore bianco per riempire il silenzio e che ci accompagni in qualunque azione quotidiana.
Eppure, a ogni azione corrisponde una reazione.
In questo mare inquinato, ci sono artisti che provano ancora ad andare controcorrente.
Uno di questi è Nico Arezzo, che lo scorso anno ha pubblicato Non c’è mare, un disco che ho scoperto prima dal vivo, con sorpresa, e poi in cuffia, con crescente curiosità.
Ora sono qui a raccontartelo.
Chi è Nico Arezzo
Nico Arezzo ha respirato musica fin da piccolo essendo figlio di un pianista e di una ballerina. La sua formazione comincia dietro le quinte, tra cavi da raccogliere e luci da gestire, per poi spostarsi sul palco: prima come batterista, poi da chitarrista e cantautore. Dopo l’esperienza a X Factor (dove ha partecipato per gioco) e la vittoria al Festival Show all’Arena di Verona, colleziona concerti e progetti che lo portano a maturare una voce sempre più personale. Nel 2024 è tra i vincitori di Musicultura, dando ufficialmente il via al suo percorso discografico.

Dentro Non c’è mare e l’intimità di Nico Arezzo
Sono circa le 18, l’aria profuma di aperitivo. A Bologna c’è un bar che fa da seconda casa a Nico Arezzo e alla sua cricca: non serve scrivere né chiamare. Basta passare. Qualcuno c’è sempre. Qualcuno che ha avuto una bella giornata, qualcuno che non sa neanche come sta. In questo rifugio quotidiano, Nico trova le sue Teste di nicchia: amici che sanno esattamente quando non chiedere troppo, ma che arrivano con un gin tonic di consolazione.
Tra risate e chiacchiere, arriva Mario, l’ex compagno di università che ora sta a Milano e si fa vivo quelle due volte l’anno. Si siede, ordina da bere, poi chiede: «Allora? Novità?»
E basta poco perché salti fuori quella storia dei tempi del Covid, quando Nico girava per divani in cerca di un posto letto e finì a casa di una ragazza con cui parlava da poco. Sembrava tutto perfetto, finché non arrivò la fatidica domanda: «Di che segno sei?» alla risposta Bilancia tutto sembra improvvisamente cambiare in lei, tanto da sbatterlo fuori di casa. Pensava Fossi nato gemelli sarebbe andato tutto diversamente. La magra consolazione? Almeno, racconta ridendo, era riuscito a farle aprire le gambe.
Mentre gli altri continuano a parlare, arriva un momento di distrazione. Nico rivede sé stesso qualche ora prima, al supermercato, fermo troppo a lungo davanti a uno scaffale di spazzolini. In quegli oggetti minuscoli si nasconde tutto ciò che non ci si dice. Uno Spazzolino diventa il pretesto per riflettere su quelle parole mancate.
Poi il pensiero torna alle solite cose che si racconta, pensando a tutto ciò che non è andato come previsto. Le conosce benissimo, ma le ripete comunque, quasi con affetto. Goccia goccia, ha finito per riempire la sua esistenza di scelte discutibili, che lo lasciano in bilico: un terreno sempre più scivoloso, dove non c’è neppure l’intenzione di sistemare le cose.
La serata procede tra un sorso e una risata, ma c’è sempre tempo per rispondere a qualche messaggio. Da poco ha preso Casa nuova, e questo rende più semplici certi inviti. Ma quelle stanze ancora vuote non hanno nulla di familiare. Diventano la scusa perfetta per qualche vecchio-nuovo incontro. E così, invece di chiedere a qualcuno di restare, preferisce chiedergli di lasciare qualcosa: una piantina, un libro, anche solo una scritta sul muro. Qualsiasi cosa che possa restare, anche quando tutto il resto se ne va. Perché una casa che si riempie di ricordi è comunque meglio di una casa vuota.
Poi arriva la frase di sempre, quella del più fatalista del gruppo. La dice tra un sorso e l’altro, come se stesse ordinando un altro drink: Tutto va come viene. Perché in fondo è vero. Le cose accadono, e basta. Senza chiedere permesso, senza un piano preciso.
Ormai si è quasi tutti. Qualcuno ricorda improvvisamente quel viaggio in Toscana, una notte tra le montagne, una casa sperduta e una jam che si trasforma in Ho cambiato forma, cristallizzando per sempre quell’attimo.
Il giro di racconti si sposta sulle situationship. E come gruppo, ognuno ha la sua. Qualcuno chiede di quella ragazza con cui Nico scriveva solo di notte. La tipa del Ti voglio bere. Una storia effimera, egoista, che non ha mai toccato la realtà. Il fascino delle non-cose.
Poi tocca a lui andare al bancone. Nico incrocia lo sguardo di una ragazza bellissima, elegante. Si presenta, le chiede il nome. Poi, inevitabile, la fatidica domanda: Di dove sei.
Lei parla. Il duro accento tedesco è spiazzante. Lì inizia il dilemma di molti uomini: quanto sei disposto a passarci sopra? Ecco, se c’è qualcosa che può distruggere la bellezza di una donna, spesso è proprio il modo in cui parla. Una riflessione ironica, ma sincera, specchio di tante conversazioni da fuorisede, dove ti lanci affascinato da una donna e poi viene distrutta ogni aspettativa e idealizzazione che si era creata.
L’aria si fa più fredda, le strade si svuotano. Nico rientra a casa in dolce compagnia. Ma tra la stanchezza e l’alcool gli torna in mente una vecchia frase, detta da un signore: «Tu non scrivi canzoni tristi perché sei felice.» Una provocazione che, col tempo, è diventata una sfida. In quel vento sottile, Vicoli di sale si aprono grazie ad una lacrima che passa inosservata in questo ritorno a casa.
Arrivato a casa finalmente si butta nel letto e si mette comodo sul fianco e poggiando bene gli Zigomi, accanto a qualcuno che forse domani non ci sarà, resta in silenzio. Il contatto è breve, fragile, in cerca di un gesto di affetto, ma lei si gira dall’altro lato.
Rimane soltanto irrequietezza. Si alza, prende la chitarra. Si rende conto che questo suo malessere è per un solo motivo. Non è riuscito a scendere a casa sua. Si affaccia al balcone. Epifania. Non c’è mare, nostalgia di casa.
Quando l’alba filtra dalle tende, il ricordo corre all’infanzia in Sicilia e alle leggende raccontate per far addormentare i bambini. In punta di dita, mette insieme vento e mare, fuoco e tenerezza. Prende sonno cullandosi come un Nicareddu sul divano, che chiude questa giornata infinita.
Non c’è mare a Bologna, ma c’è Nico Arezzo ce l’ha nel cuore

Se ci si avvicina con attenzione, si scoprono dettagli che rendono ogni brano un piccolo mondo a sé. Teste di nicchia, ad esempio, parte con un basso in palm mute che cammina sotto la voce come se stesse trattenendo qualcosa. Poi, al ritornello, si lascia andare, si apre, e quel groove diventa impossibile da ignorare, oltre al bellissimo campionamento di Buzz Lightyear come easter egg. Vicoli di sale esiste in due forme, come se la stessa ferita avesse due modi diversi per raccontarsi: una più incentrata sul testo, l’altra più sulla composizione, dove il piano e i loop si rincorrono con la stessa dolcezza stanca dei pensieri a fine giornata.
Zigomi è fatta tutta di atmosfera: loop ipnotici, un sax che sembra sbucare dalla stanza accanto, e la voce elegante di Davide Shorty che arriva al momento giusto, senza forzare. È una canzone fatta di immagini più che di spiegazioni. In Ti voglio bere, Nico parte accompagnato dal giro di piano, con quella voce bassa e lenta da narratore. Ogni strumento entra con discrezione, uno alla volta, come se bussasse prima di prendere posto.
Non c’è mare di Nico Arezzo è un disco intimo, diretto, pensato per essere vissuto. Ogni brano racconta un frammento autentico della sua vita , tra malinconia, ironia e suoni cuciti per il live. Insieme alle sue “Teste di Nicchia”, Nico costruisce un’esperienza potente e corale, evidente anche nei vlog che documentano la nascita dell’album. E in mezzo a tanta verità, ci sono anche piccoli espedienti narrativi: come Mario, un personaggio inventato da me per accompagnare chi legge dentro questo disco, che all’apparenza sembra slegato, ma svela il suo significato solo ascoltandolo tutto, come si vive una giornata qualsiasi. Al solito vi invito a sostenere Nico Arezzo non solo su Spotify, ma anche su Bandcamp e Youtube.
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Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
