GIALLORENZO – Inni e Canti: la guerra che ci portiamo dentro
C’è qualcosa che sta cambiando. In meglio? In peggio? Difficile dirlo.
Ma basta guardarsi attorno per accorgersene: l’aria si è fatta più pesante.
I governi stringono i pugni, soprattutto i nostri.
L’Occidente riscopre il suo lato più conservatore, più autoritario.
Perfino negli spot pubblicitari si respira un ordine nuovo: più rigido, più freddo.
Forse era inevitabile.
Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, no?
Per anni ci siamo abituati a una vita stabile, tutto sommato libera, tutto sommato in pace.
Forse troppo.
E ora qualcosa si è incrinato.
Per fortuna, non siamo soli a notarlo.
C’è ancora chi si oppone.
Chi resiste con i propri strumenti, anche se piccoli.
La musica, in questo, è sempre stata un’arma.
Imperfetta. Umana. Ma potente.
Inni e Canti, quarto disco dei GIALLORENZO, ha scaturito in me più di una riflessione.
È uscito lo scorso 25 aprile. Non proprio per caso.
Chi sono i GIALLORENZO?

Ovunque voi vi troviate, ovunque abbiate vissuto, ne sono certo, ci metto la mano sul fuoco, c’è sempre un vicino così. Quello che non saluta, che urla, che litiga con tutti. Il pazzo squinternato, fastidioso, che rende la vita un inferno e che cerchi di evitare per non finire anche tu nella sua lista nera.
Nella vita di Pietro Raimondi, Marco Zambetti, Fabio Copeta e Giovanni Pedersini (in momenti alterni e sfasati), questo vicino aveva un nome preciso: Claudio Giallorenzo.
Tutti in zona sapevano chi era. Nessuno lo conosceva davvero. Abitava al quinto piano di un palazzo milanese come tanti. Claudio era un pazzo. Un bastardo. Entrambe le cose nello stesso corpo. Aveva minacciato mezzo condominio, sparso volantini scritti a mano per tutti e cinque piani, accusando una vicina di furto e augurandole il cancro “al buco del culo”. Una volta aveva pure cagato sullo zerbino della signora del piano terra. Letteralmente.
Quando l’hanno trovato morto in casa, erano passati due mesi. Nessuno se n’era accorto. Anzi, qualcuno era quasi sollevato.
Eppure da un pezzo di merda come Claudio, che riusciva a catalizzare l’odio di un’intera palazzina, è nato qualcosa che unisce. A volte, davvero, dall’odio nasce l’amore. Così, i quattro lo hanno omaggiato rubandone il cognome e trasformandolo in un nome proprio: GIALLORENZO. Una band che suona lo-fi punk che pesta forte.
Inni e Canti: la Milano dei GIALLORENZO.
INTRODUZIONE, una traccia breve, quasi un sussurro strumentale dove cornamusa e fisarmonica, strumenti che non ti aspetteresti in un disco punk, ti spiazzano. Un’apertura inconsueta, che ti invita subito a rivedere ciò che pensavi di conoscere.
Ma poi, tutto ritorna al suo posto con NON FA MALE, con le familiari chitarre distorte e le bacchette sul ferro del rullante ci addentriamo nelle strade di una Milano, quella di Claudio. I marciapiedi lucidi, il profumo amaro del caffè che si mescola all’odore di pioggia e la pubblicità che invade l’aria, silenziosa ma opprimente. Ma questa passeggiata non è solo estetica: dentro la voce narrante inizialmente distante si fa spazio un mantra ripetuto per convincersi che “non fa male”, anche se dentro tutto sta crollando fino a quando non si può far finta di nulla.
Poi arriva PER UN’ALTRA, e la battaglia si fa ancora più personale, invisibile, quella tra due persone vicine eppure lontane, intrappolate in silenzi pesanti, incomprensioni che si accumulano come nuvole cariche di tempesta. La città rumorosa e caotica diventa teatro di questo conflitto emotivo, mentre i protagonisti si sfiorano senza mai riuscire a toccarsi davvero. È un invito a guardare oltre l’apparenza, dentro quelle guerre quotidiane che tutti combattono.
Con FINALMENTE ORSO la narrazione cambia tono: un padre che parla al figlio, trasmettendo un messaggio forte come un urlo. La libertà non è un dono, si conquista nella solitudine e nella forza di restare in piedi da soli, proprio come un orso isolato in un prato. Un inno alla resilienza e all’indipendenza che parla direttamente a chi, come te, cerca la forza dentro sé stesso, nonostante le paure. Il primo vero inno che incontriamo in questo disco con la bellissima imperfezione lasciata, probabilmente, dalla registrazione in presa diretta.
Ed ecco la canzone politica. AMICO, arriva la denuncia netta e senza filtri dei fascismi moderni, di quel senso di smarrimento davanti a un mondo che cambia e che sembra aver perso la bussola del buon senso. La città non è più solo uno sfondo, diventa specchio di un tempo in cui capire chi siamo e cosa stiamo affrontando è più difficile che mai. Un grido che scuote, perché in quella confusione c’è il rischio di perdere il controllo della propria vita.
SOLO è una pausa brevissima ma tagliente: il successo e le vittorie si trasformano in gabbie invisibili, un isolamento che ti lascia spettatore della tua stessa esistenza. Quel senso di debolezza portato avanti dalla continua ricerca della riprova sociale e l’ossessione di sentirsi accettati e ottenere i risultati.
Arriva allora MACCHINA, il grido esasperato di chi sente di essere intrappolato in un ingranaggio che non si ferma mai, una società autodistruttiva da cui vuole scappare. La voglia di dire basta, di rompere il ciclo, è un urlo di rabbia e speranza insieme.
Con INCONSOLABILE si esplora il senso profondo dello smarrimento esistenziale, quella sensazione di non essere nulla di definito in un mondo che restituisce solo immagini sfocate e ombre di vite altrui. Una lotta interiore tra ricordi e futuro incerto, una chiamata a guardarsi dentro e trovare forza nella propria vulnerabilità.
BRILLUCCICHIO racconta il confronto tra realtà e finzione, il bisogno di aggrapparsi a qualcosa di vero in un mondo che spesso illude. Quel bagliore fragile è l’unica certezza a cui affidarsi, ma attenzione a non farsi ingannare dalle luci finte.
Con IRAN, il disco volge lo sguardo inquieto ai conflitti esterni, alle ferite invisibili che ci attraversano e minano la fiducia nel mondo e in noi stessi. È la crisi della certezza, una ferita aperta da cui non si scappa. È stato anche il primo singolo pubblicato.
Curiosamente, proprio la sera in cui il brano veniva arrangiato e si cominciava a ragionare sul titolo dell’album, la notizia del rapimento di Cecilia Sala in Iran campeggiava ovunque. Una coincidenza che ha rafforzato la centralità del tema bellico nell’immaginario del disco, orientandone il tono in modo definitivo.
Infine, PER QUALCOSA O QUALCUNO chiude il cerchio con una riflessione sulla solitudine che si nasconde dietro la quotidianità. Nonostante impegni e relazioni, ciascuno è destinato a confrontarsi da solo con il senso della propria esistenza. Un invito a riconoscere la propria autonomia emotiva, a trovare un senso personale anche quando sembra che nulla abbia un significato.
Cosa ci lascia INNI E CANTI dei GIALLORENZO?
Dopo tre anni di silenzio, Inni e Canti segna il ritorno dei GIALLORENZO. Un disco nato tra lavori, progetti paralleli (montag per Pietro, Malokovic per Simone, Fabio e Giovanni, CALMI per Fabio) e vite adulte da rincorrere. Non era scontato che tornassero, e meno ancora che lo facessero così: uniti, ciascuno con la propria voce. Per la prima volta, tutti e quattro hanno scritto e cantato almeno un brano. In particolare FINALMENTE ORSO scritta da Fabio Copeta, AMICO scritta da Giovanni Pedersini, SOLO scritta da Marco Zambetti e la parte restante del disco ovviamente lasciata in mano a Pietro Raimondi.
L’album è stato arrangiato in quattro giorni, registrato in tre mesi, con pochi strumenti e una scelta chiara: limitare per concentrare. Tre o quattro suoni ricorrenti, poche possibilità, tanta intenzione. In un’epoca di AI e possibilità infinite, loro hanno scelto il contrario: il limite come stimolo creativo per far risaltare i testi ancora più a fuoco. E si sente.
Anche il titolo fa pensare a cori alpini, inni liturgici, ideologie di un altro secolo. Ma il collegamento con la guerra, la storia e la memoria non sta tanto nelle canzoni, quanto nell’estetica: nelle copertine, nella fanzine, nelle foto scattate davanti all’Aeronautica militare di Milano, in Piazza Novelli. Lì lavorava Claudio Giallorenzo, collante tra la band e il tema dei conflitti. Come già in Milano Posto di Merda, è nel materiale “fuori disco” che si agitano le immagini più forti, quelle che legano i pezzi tra loro. Un depistaggio visivo: l’epica della guerra calata nell’intimità di un disco punk registrato in casa che non lascia indietro i temi che hanno sempre trattato.
Inni e Canti, come tutti i dischi dei GIALLORENZO, non nasce per compiacere né pretende di essere perfetto. È una fotografia del 2025: corale, imperfetta, rabbiosa. Il tentativo sincero di quattro persone di restare unite, di non cedere al cinismo, di custodire quel poco di desiderio che resta per immaginare un domani migliore. Le immagini evocate nei testi sono forti, le parole scelte con attenzione: mai scontate, sempre in sintonia con le sonorità e i contesti emotivi costruiti dalla musica.
Personalmente, mi hanno dato uno scossone non indifferente. Mi hanno fatto capire che certi malesseri che credo solo miei forse non lo sono affatto. In un mondo che si è fatto sempre più duro, anche le nostre emozioni ne portano i segni e in quei testi, in quelle note, ho riconosciuto qualcosa che parla anche di me, e di tutti. Forse dovremmo smetterla di far finta di nulla e non girarci più di fronte a certi atteggiamenti malsani che sono sempre più frequenti.
Con questo articolo, mi prendo una pausa estiva. Non per mancanza di cose da dire. Ma per lasciar loro il tempo di respirare.
A settembre si torna, con nuove storie, nuovi dischi, nuove parole da mettere in fila prima che qualcuno ce le tolga di bocca.
Preferisci un approccio più narrativo e personale, che si insinua nel quotidiano senza far rumore?
Scopri Non c’è mare di Nico Arezzo: una giornata raccontata in musica, tra bar, nostalgia e riflessioni sul diventare adulti. Leggi l’articolo →
Preferisci la parte strumentale ai testi?
Nel mio pezzo dedicato a Post Mortem de I Cani, esploro come certi dischi sappiano parlare anche quando scelgono di non dire troppo. Leggi l’articolo →
E se è la prima volta che capiti qui, ti consiglio di dare un’occhiata a tutta la sezione Musica, dove raccolgo solo dischi che hanno qualcosa da dire davvero. Scopri tutti gli articoli →
Nel frattempo, rileggi, condividi, scrivimi. Non voglio perderti di vista. Dopo questo primo ciclo sono curioso di sapere anche la vostra.
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
