Psicotino x Jadecore – Destroy the Server: spezzare il loop
Quante volte oggi hai sbloccato il telefono?
No, davvero. Fermati un secondo. Quante volte hai scrollato senza cercare niente e ti sei distratto da quello che stavi facendo? Ecco, Destroy the Server parla esattamente di questo. Del loop in cui siamo tutti incastrati, del rumore bianco che ci ruba attenzione e concentrazione.
Il disco mi è arrivato come una vera distrazione: un messaggio su Instagram. Jadecore scrive alla redazione, mi racconta del progetto. E sai come funziona, prima di dire un “no” secco preferisco sempre dare una chance. Così, mentre lavoravo al solito con le mie mille tab aperte cercando di incastrare tutti i progetti insieme e dargli un senso, mi sono lasciato accompagnare da questa nuova proposta.
Ed ecco la domanda che aspetto ogni settimana. Il principale motivo per cui scrivo questo mio diario di ascolto:
Chi cazzo è Jadecore?
Jadecore non fa solo musica elettronica sperimentale. Si dedica all’arte in senso ampio, e la pittura è l’altro linguaggio che usa per esprimere se stessa. Una di quelle figure che non riesci a incasellare così facilmente, e forse è meglio così.
E Psicotino?
Di lui non so molto, se non che i due si sono trovati bene a collaborare e che grazie alla sua produzione è nato proprio questo album.
DESTROY THE SERVER
L’album esce il 31 ottobre. È composto da otto tracce.
La prima cosa che ho notato guardando l’album su Spotify è che i primi sette brani hanno tutti la virgola nel titolo. Ti faccio qualche esempio:
pure da chilometri, sei limpida. luce nuova, luce nuova. un’altra notte, per me.
Nulla è lasciato al caso. Sono tutte frasi interrotte, pensieri che non si completano, identità frammentate. Tutto minuscolo, tutto schiacciato.
La virgola è il loop. La pausa infinita in cui restiamo intrappolati in questa nostra onnipresenza digitale.
Poi arriva l’ottavo brano. DESTROY THE SERVER. Tutto maiuscolo. Un momento di rottura. Una via di fuga da questo ciclo infinito.
Non ho molto da raccontare sulle singole tracce. Il tutto è molto breve. L’ascolto sfiora i 20 minuti e i testi sono essenziali, ma evocativi che sinergizzano con i titoli. Ho intuito che c’entra qualcosa una storia che finisce, ma a tratti si confonde con un possibile ritorno a una vita più concreta, tutto lascia spazio alla libera interpretazione. Lo sforzo principale lo vedo impegnato soprattutto nella costruzione delle basi.
Quello che Psicotino e Jadecore costruiscono è un mondo elettronico, pulsante, intriso di atmosfere dark dove le loro voci si alternano e oscillano tra sussurri e interferenze. Suoni che aiutano a immaginare l’onnipresenza digitale dalla quale stanno provando a scappare.
Nello specifico, ho trovato interessanti atroce, dolce realtà e saltando, sul ciglio del safe.
Quello che invece mi ha convinto meno sono i passaggi e le chiusure delle varie tracce. Per quasi tutto il disco siamo abituati a un silenzio finale, una specie di dissolvenza ovattata. Tra prenditi cura di te, di me e atroce, dolce realtà però questo schema si rompe, e per come l’ho percepito io, voleva essere il primo momento di crack, uno schiaffo che ti sveglia. Peccato che subito dopo siamo tornati ai silenzi, sprecando una buona idea: invece di rimarcare la necessità di distruggere il server che dovrebbe fare sempre più impellente in questo viaggio, siamo tornati al nostro posto.
Un’altra sbavatura che non posso ignorare: in rivivere, a prescindere il beat va fuori tempo, e la cosa mi ha disturbato l’ascolto di tutta la traccia.
Destroy the Server è un insieme di tante buone idee, un buon punto di partenza, ma c’è ancora tanto margine di miglioramento. Il tema dell’alienazione digitale (sai quanto ci tengo al punto) lo raccontano a modo loro ma rimane a mio parere troppo astratto. I nomi delle tracce ti introducono in una storia che rimane superficiale e confusa. Per essere un primo lavoro non mi sento nemmeno di essere troppo severo perché lavorando sui punti giusti, con il prossimo disco potrebbero già risolversi diversi punti della matassa stravolgendo l’output finale.
E adesso chiudi questo articolo. Metti giù il telefono. Almeno per cinque minuti.
Se tutto questo non ti basta, puoi leggere:
→ Post Nebbia – Canale Paesaggi: il rumore delle vite connesse
Vengono dal Veneto e sono una band impossibile da ignorare. Ti racconto uno dei dischi più influenti degli ultimi anni dell’underground italinao.
→ Laguna Bollente – FANTA SBOCCO: quando Spotify non basta
Li avevo scovati prima del loro approdo su Spotify, ma conquisteranno anche te. Ma ti spiego meglio come in questa pagina di diario d’ascolto.
Per altri ascolti che mettono in discussione il concetto stesso di buon gusto, dai un’occhiata alla sezione musica.
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
