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LENORE - Per non aver commesso il fatto copertina
Musica

LENORE – Per non aver commesso il fatto: mettersi sotto processo

By Aleister Rush
3 Aprile 2026 13 Min Read
0

Non ho mai pagato per avere i testi di un disco. Non perché sia un tirchio (ok, un po’ sì), ma perché tra i soliti siti dei testi online, qualche fan ossessivo su Reddit e i booklet digitali, alla fine si trova sempre tutto. Stavolta no. Stavolta ho comprato un libro di poesie per capire un album. Anzi, tecnicamente ha pagato Domenico per tutti e due, ma il punto resta: quei soldi hanno cambiato completamente il modo in cui ho vissuto questo disco.

Il disco in questione è Per non aver commesso il fatto dei LENORE, e mi ha preso di sera, come succede sempre. Fine giornata, PC acceso, cuffie addosso, quella finestra tra il lavoro e il sonno in cui il cervello è abbastanza stanco da abbassare le difese. “Les deux Anglaises, le continent (cattive abitudini)” parte e io non vado più a dormire. Era circa metà gennaio. Il disco era uscito da un mese. Io ero in ritardo, come al solito.

Passano settimane, il disco continua a girarmi in testa, e a un certo punto propongo a Domenico di scriverci qualcosa insieme. Perché un progetto così non lo esaurisci con un ascolto e neanche con dieci: ha bisogno di due teste, due sensibilità, e possibilmente qualcuno che di poesia ne capisce più di me. Domenico è certamente la persona giusta, per questo ci ho tenuto a coinvolgerlo.

Intanto.

Chi cazzo sono i LENORE?

LENORE è il progetto di Valeria Rocco, napoletana, dottoranda in linguistica italiana. Le parole sono il suo mestiere. Scrive i testi. È la voce del progetto. Al suo fianco, Giovanni Fusco e Alessandro Pascolo curano produzione e mix. L’album esce il 12 dicembre 2025 per V4V Records.

Ma la storia non comincia lì.

Comincia nel 2024, quando Valeria pubblica con Zacinto Edizioni un manufatto poetico che porta lo stesso titolo: Per non aver commesso il fatto. Una trentina di pagine, venti poesie senza titolo e numeri romani per distinguerle tra loro.

Un titolo che sembrava ovvio

E poi c’è quel titolo. Per non aver commesso il fatto. La frase che solitamente il giudice usa quando il reato c’è stato, ma l’imputato non lo ha commesso. Qualcuno di voi potrebbe saperlo per qualche film o serie tv, mentre per me quella frase apre una valanga di ricordi.

Sono stato fidanzato a lungo con un’avvocata, follemente innamorato tra l’altro, e con lei è una frase che spesso ho sentito. Poi guardando quella copertina spettacolare la prima cosa che mi è saltata in mente è proprio un processo. Ma a chi? Chi è il giudice? Chi è l’imputato? Cosa è successo? Scoprire il contenuto di questo disco mi ha totalmente spiazzato e messo in crisi. L’imputato ero io.

E dopo diversi ascolti tutto quello che avevo di sicuro su questa frase è venuto a mancare. 

Ma lasciate che mi dilunghi un attimo su un piccolo avvertimento.

Il libro come chiave

Te lo dico subito: questo disco senza il libro è un’esperienza dura.

Funziona? Sì, il suono ti prende a prescindere. Ma masticarlo è un’altra cosa.

Dopo il primo ascolto ti confesso che sono rimasto stordito perché c’è tantissima carne sul fuoco. Le tracce strumentali e ambient dilatano tutto e la poesia ermetica di Valeria Rocco non ti viene incontro. Non ti spiega niente. Non ti dà appigli. Ti trovi con un disco allucinante e bellissimo, ma che hai difficoltà a capire. Soprattutto se ti ritrovi praticamente senza testi (su Spotify ce ne sarà uno? Due?) e una descrizione dell’artista che ti rimanda a un profilo Instagram con una decina di post.

Ma quando ho avuto quel manufatto tra le mani durante l’ascolto è cambiato tutto.

E non parlo solo dei testi in sé: parlo della struttura. Il libro ha un formato poco usuale, le poesie stampate in orizzontale, un incolonnamento che ti costringe a leggere diversamente. Ti obbliga a rallentare, a ragionare sui toni, a contestualizzare e capire l’importanza di alcune frasi. Ti accorgi che “Nel tuo letto sento un’assemblea” viene dalla Poesia IX, ma con i femminili convertiti in maschili. Che l’ordine è stato smontato e rimontato con una logica che non è quella della pagina ma quella del disco. Valeria non si limita a leggere: prende i passaggi e li accoppia come vuole. Fa un’opera di taglia e cuci che nello spazio bianco disponibile nelle pagine ora è segnato dai miei appunti per ricreare il testo della canzone, dove ho annotato le variazioni. 

Non mi sono mai divertito così tanto di fronte a un puzzle dove le tessere esistono in due versioni e nessuna delle due è quella definitiva.

Già vi anticipo che se siete curiosi di affrontare l’esperienza con il disco, vi annoto qui di seguito le tracce e a quali poesie sono legate nel libro, così da rendervi la fruizione ancora più fluida.

Prendi posto al processo

Poesia XIX

Il processo inizia nel silenzio. se le cose non finissero adesso? è la strumentale che apre il disco come un’aula che si è appena riempita prima dell’udienza. Perché prima che qualcuno prenda la parola, bisogna sentire il peso di quello che sta per succedere.

Poesia II

E quando Valeria prende la parola, non alza la voce. Non serve. In puoi sempre confidare nelle formule mette sul banco il primo testimone: una donna che si piega per farsi accogliere da un partner che non riesce a mettersi in discussione perché è concentrato sulle feste e sugli amici. È il racconto di sentirsi fuori luogo, sbagliati, e assecondare tutto perché tanto è perennemente uno scherzo. Credo sia capitato a tutti almeno una volta. Ma qui la prospettiva è quella di chi subisce anche l’oggettificazione del corpo, di chi è custode di confidenze terribili e allo stesso tempo viene invasa senza tatto. Il possesso non è solo fisico: è intellettuale. Anche i principi vengono esposti a una violenza indebita, come se fosse scontato poter varcare certi limiti. La metafora del passante è chiarissima: qualcuno che è nella tua vita momentaneamente e si sente in diritto di fare quello che vuole fregandosene delle tue cose.

Poesia IX

Stacco netto. Cambio di cassetta nel mangianastri. nel tuo letto sento un’assemblea sposta il processo su un altro spaccato di vita. Qui non si parla di cambiare letteralmente le lenzuola. Si parla di uomini che cercano una donna che si comporti da madre sostitutiva, e in questa ricerca passano per molte donne dalle quali pretendi certe cose. Ma tutto questo ha effetti sulla relazione che si modifica quando si fa il grande passo della convivenza, quando in realtà ci sono una marea di problemi presi sottogamba. Smetti di viverla bene, insomma. E te ne lamenti con gli amici, la vedi con gli occhi di chi non accetta tutto questo, ma poi comunque ti ritrovi solo con qualcuno che accetta il meccanismo e se lo fa andare bene.

Poesia IV

Ma su quella cassetta è stata sovrascritta qualcosa della radio.siamo la stessa cosa? è ambient ossessivo, strumentale per lo più. L’udienza è sospesa momentaneamente.

Poesia XII + Poesia III

Riprende con alcune cose sono buone crude, e qui il processo si sposta per un attimo verso l’opinione pubblica che sta assistendo al processo in sala. Attacca gli adulti partendo dai bambini. Bambini seduti nel carrello della spesa a gambe in fuori, dentro un oggetto del mondo consumistico che loro abitano ancora con la libertà di chi non si è adattato. Sanno già tutto, conoscono la serietà del mondo prima che il mondo gliel’abbia insegnata. Poi crescendo sembra che i fondamentali si siano persi per strada. La sensibilità, la capacità di stare nel mondo senza mediazioni. Come se quelle cose si portassero dentro dalla nascita, crescendo, smettiamo di riconoscerle. La chiusura è la più amara: chi ha subito questo processo e ha il cuore ormai svuotato che vorrebbe poi trasmettere qualcosa, senza accorgersi di non avere più nulla da dare se non quella formula di svuotamento.

Poesia da Instagram

Il processo non si ferma. In ogni tanto fa un gesto chiaro (che puoi leggere qui all’ultima slide) si palesa il privilegio di chi non ha mai dovuto imparare a stare in silenzio, e di come quel potere porti a gesti che distruggono le persone: il gaslighting. Complice una diversa educazione che uomini e donne ricevono e imparano anche passivamente. L’uomo che sta al di sopra, che modifica e distrugge la realtà a proprio piacimento. La donna che riceve il calcio sotto al tavolo: il segnale in codice tra chi non può parlare apertamente, la compostezza come forma di sopravvivenza. Due educazioni parallele e asimmetriche. E tutte quelle cose negate avranno comunque qualcuno che, anche se tace, le ha già viste.

Poesia XI

Poi arriva la prova più dura. Les deux Anglaises, le continent (cattive abitudini) ruota attorno a una domanda che non lascia scampo: “hai pagato un’altra donna al posto nostro?”. Da quella che può sembrare la fotografia di un tradimento nei primi secondi, in realtà è una radiografia del modo in cui il privilegio maschile funziona, silenziosamente, attraverso il denaro e la sostituzione. E di come sembri accettabile che una donna faccia il lavoro più vecchio del mondo. Ma poi tutto viene messo in crisi: diventa inammissibile solo nel momento in cui la cosa potrebbe toccarti direttamente con una sorella, ad esempio. Se una donna lo fa per scelta, non va bene. Si apre la retorica del ” guarda che molte lo fanno perché sono costrette”. Un sistema in cui qualsiasi scelta femminile sul proprio corpo diventa inaccettabile agli occhi di chi ha sempre avuto il potere di scegliere per gli altri.

Poesia XIII + Poesia V

prima che le mie mani siano sveglie (fireworks) è una strumentale che si lega direttamente a Da questo non si torna, dove la domanda diventa esistenziale: se ci spogliassimo della produttività, del fatturato e dello status, che ne sarebbe degli uomini? Sono certo che molti andrebbero in crisi perché svuotati di ogni ragione d’esistere. L’animale che viene espulso non è malato in senso biologico: è malato rispetto a un ordine che sta cambiando, incapace di adattarsi a un mondo in cui l’utilità non è più garantita dal genere. Il riposizionamento delle donne nella società sta mettendo in crisi chi ha costruito la propria identità interamente attorno a un ruolo fisso. Se applicassimo la parte più istintiva della nostra specie, chi non riesce ad adattarsi dovrebbe essere lasciato indietro, non per punizione ma per inesorabilità evolutiva.

Poesia XV + Poesia VI

devi pensare tutto in poche linee un altro intermezzo intermezzo strumentale prima di un’accusa fortissima.

signorina, fin quando? colpisce senza tregua su un punto: la violenza non è segreta, non è nascosta, non è un crimine che aspetta di essere scoperto. È nota. È esposta. È pubblica. E proprio per questo, nell’indifferenza generale di chi sta in attesa senza intervenire, non smette di accadere. L’immagine della mucca che si abitua alle mosche dentro gli occhi non è chi guarda dall’esterno: è la vittima stessa, quella che ha normalizzato l’abuso fino a renderlo invisibile. Non per ottusità, ma per un processo lento e logorante in cui la soglia di tolleranza si alza progressivamente fino a coprire ciò che dovrebbe essere insopportabile. E si arriva al più tragico degli eventi. Il tassista è la persona vicina alla quale si chiede aiuto, ma che non coglie i messaggi e si pone la domanda sbagliata. “Fin quando aspettare?” quando il punto dovrebbe essere agire. E tutto questo succede per non aver colto i segnali d’aiuto.

Poesia I

la fine del governo chiude il cerchio tornando della trasmissione generazionale. Qualcosa che si tramanda di corpo in corpo, di padre in figlio, di madre in figlia, nonostante la resistenza esplicita di chi viene prima. Se per gli uomini la trasmissione diretta è quella di un’educazione che ti porta ad essere l’uomo tutto d’un pezzo che non può essere fragile, per le donne il peso di una rispettabilità femminile imposta che si porta nel corpo prima ancora che nella mente. Ma qui per una volta si sottolinea quanto la cultura diventi importante. Quanto i contesti e la scuola possano fare la differenza. La maestra che insegna a porsi le domande invece di abbassare il capo e obbedire, che cerca di dire le cose giuste, ma anche di sfidare il sistema. Come la preghiera a scuola, che dovrebbe essere un posto laico. E soprattutto il passaggio dall’atto del singolo che inizia a diventare collettivo.

Poesia VII + Poesia XX

niente che resti come conseguenza è l’ultima strumentale, il ponte verso la title track. E in per non aver commesso il fatto per la prima volta non ci troviamo più di fronte a frammenti ma a un vero e proprio flusso di coscienza. Dove finalmente cessa il gioco di presenza e assenza. Dove si interviene, si fa qualcosa di concreto. Si smette di essere un singolo e si coinvolge la collettività nella riflessione e nell’azione. Ma per arrivarci è stato necessario attraversare tutto questo, esplorare le crepe e i difetti di una narrazione patriarcale che sembra inscalfibile, ma che in realtà è più precaria di quel che si pensa e non fare niente, non cambierà di certo le cose.

Come suona questo disco

Una cosa va detta a parte, perché merita: il suono di questo disco è qualcosa che ha peso fisico, che occupa spazio nella stanza. Strati su strati che si accumulano fino a creare una massa sonora che non ti lascia via di fuga. Darkwave, trip-hop, ambient… le etichette servono a poco. Quello che conta è la densità.

La voce di Valeria si muove tra spoken word e un cantato centellinato, come se ogni sillaba avesse un peso specifico calcolato. E poi c’è una cosa che trovo ammirevole: alcune tracce si legano l’una all’altra senza che tu te ne accorga. “Les deux Anglaises” sfocia nei fuochi d’artificio di “Prima che le mie mani siano sveglie”, che a sua volta scivola in “Da questo non si torna”. Non sono canzoni separate: sono stanze di uno stesso edificio. L’album non è una playlist. È un flusso. E quando te ne rendi conto, non torni più ad ascoltarlo a pezzi.

Il processo resta aperto

Per non aver commesso il fatto è un disco stupendo che ha tutto quello che cerco ultimamente. Copertina in bianco e nero. Darkwave e trip-hop che non si accontentano di essere genere. Uno spessore che non incontri spesso e che lo spoken word di Valeria Rocco accentua, dando un tono ancora più vivo a quello che sulla pagina era già potente.

Se devo trovare qualcosa che convince meno… le tracce strumentali. Rendono l’ascolto molto prolisso, nonostante ci siano alcuni pezzi che sembrano vere e proprie parti di uno stesso pezzo, ma che non arricchiscono veramente. Capisco la voglia di includere delle frasi chiave di poesie che non hanno trovato spazio in questo album attraverso i titoli, ma per me allungano troppo.

L’altra nota respingente per il pubblico medio è sicuramente la complessità stessa del progetto. Non è un disco che si regala al primo ascolto, e senza il manufatto poetico rischi di perdere strati di significato che fanno la differenza. Ma è un limite che io trasformo volentieri in un invito: comprate quel libro. Pagatelo. Ne vale la pena. 

Ma dopo tutto questo mio monologo voglio lasciare le conclusioni di questa pagina di diario a Domenico e lasciare lo spazio che serve al manufatto. 

Conclusioni

Voglio dirlo subito. La poesia di Valeria Rocco è meravigliosamente distruttiva. Nei suoi versi – e, di riflesso, nel suo spoken che dialoga con la musica in un bel processo alchemico – c’è in altre parole un potere decostruttivo che quando sussurra urla, e grida del bisogno di ricostruire, sì, ma non prima di aver buttato giù fondamenta. Non prima di aver destrutturato, insomma, qualsiasi cosa: sia di forma sia di sostanza. 

Nei venti componimenti di “Per non aver commesso il fatto” (Zacinto, 2024) – che, come la sua controparte musicale, chiede una pervasione totalizzante, come un unico lungo poema, in realtà, in cui le singole poesie fanno da punteggiatura – non è immediata né l’immersione né la possibilità di delineare contorni tematici ben definiti. Ma è tornando indietro, inciampando, saltando, se proprio ne nasce il desiderio, che comincia a farsi chiaro un universo che è solo all’apparenza “interiore” (nel senso che se ne dà, generalmente e banalmente, all’introversione della poesia). 

quando dovunque manca una parola seria puoi sempre confidare nelle formule

ma questo non è un bene: perché l’inconclusione

ha molti amici e feste incalcolabili […]

In un manifesto d’intenti di questo tipo, per esempio, potrebbe farsi luogo un disincanto sociale che è frutto di più di una riflessione approfondita: è frutto di analisi di un vissuto. Più di uno, appunto. Ma è anche messa in guardia, che non teme la chiarezza e la sottolineatura (“questo non è un bene: perché…”). È un’analisi, naturalmente, che prende la forma del verso e di un verso che richiede la sua architettura sulla pagina, che esige rigorosamente il minuscolo (non “soluzione” contemporanea ma esito della nostra post-modernità testuale), che ha bisogno di incidere continuamente, perché l’inciso schiarisce e leva via ogni dubbio. 

Questo “solo” su un più alto e spaziale livello sintattico (ché è la pagina la vera sintassi della poesia). Ma il coraggio di Valeria Rocco – che non teme di giocare con le sue serissime disquisizioni linguistiche – spinge anche gli altri livelli, quello morfologico, quello lessicale, con soluzioni che provengono da un dizionario concretissimo, riconoscibile, ma geniali nella loro disposizione, come nel caso:

metti: non lavorare

mi resta – a conti fatti – venire dalle scimmie 

so tutto degli uomini: e non li vedo spesso

animali radiati – per amore del branco – dalle madri

viviamo consumando una vendetta, siamo in allungo come la giraffa 

l’intera storia contro una sola femmina.

C’è, infine e soprattutto, una poetica. Sfuggente, appunto, solo a uno sguardo superficiale. Un nodo, un “groppo in gola” che, come ha saputo schizzare Nicola, ha a che fare con un sentimento di rivalsa quando consegue una messa a processo. Così, Per non aver commesso il fatto, che si staglia a conclusione nell’ultimo, il più complesso, componimento e che assurge giustamente a più di un titolo, anche a suggerimento, diventa il violento scossone che precede una dura consapevolezza: non presunzione d’innocenza, né innocenza pura. Ma invito alla conoscenza, alla scomposizione della realtà, forse della vita stessa viste le sue complicanze, la sua complicatezza. Come nella lingua. Come nel linguaggio. Per non aver commesso il fatto, sì, quello “nella parola facile”.

Un lungo processo di svelamento, insomma, per mezzo e con il mezzo di una poesia che narra l’urbano, che descrive l’uomo, descrive la donna, fa politica. Un lungo viaggio da godere a pieno dal primo all’ultimo verso, dalla prima all’ultima traccia di LENORE, per arrivare più ricchi di “qualcosa” che… sta a noi. 

dopo molte ore di lavoro le cose finalmente ci lampeggiano,

fanno il suono che dovrebbero – guarda

funzionano

Al prossimo disco.

Letto: 82
Aleister Rush

Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.

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Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.

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