“Ti telefono stasera” di Lorenzo Marone
“Non si cambia per volontà, ma per necessità”
Giò Coppola ha cinquant’anni, per lavoro legge delle poco affidabili previsioni meteo e ha una vita sentimentale che assomiglia a una giostra. Ma la vera rivoluzione arriva quando l’ex moglie parte per lavorare un anno all’estero e lui si ritrova, dopo tanto tempo, a vivere con suo figlio Duccio, nove anni, un concentrato di domande scomode e innocente saggezza. Con lui, Giò ha sempre avuto un rapporto che definisce minimalista, ma adesso, tra risvegli caotici, pranzi improvvisati e compiti di matematica che sfidano la logica, scopre il bello – e il difficile – di essere un padre a tempo pieno. Ma non è solo, intorno a lui si muove un cast di personaggi straordinari e strampalati: sua madre, sempre pronta a dispensare consigli non richiesti, e il padre, che parla poco ma, quando lo fa, lascia il segno. La sorella minore Lulù, con due matrimoni falliti alle spalle e un adolescente da crescere, che si è rifugiata in casa con la sua gatta Mafalda, amante dei talent show. E poi c’è Paco Meraviglia, l’amico di sempre, ottimista irriducibile e padre modello, innamorato della vita e delle persone, in perpetua ricerca dell’amore puro ed eterno, convinto che i genitori compiano gesti eroici ogni giorno.
Esistono i genitori perfetti? Esistono padri dal comportamento impeccabile? È vero che chi ci ha messo al mondo non sbaglia mai e, certamente, ne sa più di noi? Chissà quante volte ci siamo posti queste domande e chissà quante volte, da figli, ci siamo sentiti inadeguati, ingiusti o colpevoli. Poi arriva lui, Lorenzo Marone, che con “Ti telefono stasera”, edito da Feltrinelli, un libro ironico e tenero, ci presenta la verità: le famiglie, quelle reali, sono complicate e caotiche e i padri, quelli autentici e genuini, sono imperfetti!
Giò Coppola è proprio l’apoteosi dell’imperfezione: è un uomo che non vuole legami stabili e, perciò, salta da una storia all’altra, innamorandosi sempre di donne giovani con “un futuro ancora da scrivere”, mentre lui ha solo “un passato da correggere”; ed è un padre che, di fatto, sta con suo figlio soltanto nei finesettimana. Ma chi è davvero Duccio? Quante ne sa Giò su suo figlio? Qual è il suo piatto preferito? Cosa gli piace fare? A che ora va a letto? Cosa sogna? Cosa vorrebbe? Cosa gli manca? È difficile imparare a conoscere tuo figlio quando è già un ometto autonomo che, comunque, ha bisogno di te, del tuo tempo, delle tue attenzioni e che si prende il tuo spazio, non per egoismo ma per necessità. Ed è difficile imparare a essere padre quando, da bambini, si è stati amati poco o male, quando il tuo di padre non è stato proprio il migliore degli esempi da seguire, quando ti ha amato, sì, ma a modo suo e tu quel modo, forse, non l’hai ancora davvero capito. Che adulti diventiamo se da piccoli abbiamo ricevuto un amore incompleto e limitato? Perché “nessuno ha il potere di rendere un altro infelice, se non i genitori, l’infelicità è qualcosa che ti porti dentro, che t’iniettano da bambino, ogni giorno e a piccole dosi”.
Quando Duccio torna inaspettatamente e prepotentemente nella quotidianità di Giò, lui è costretto a ricalcolare tempi e spazi della sua vita, a cambiare abitudini, ad avere delle nuove priorità, a ristabilire il centro, un posto che non è più occupato da sé stesso ma da suo figlio. Ed è così che, a 50 anni, Giò si riscopre adulto perché “questa è l’adultità, essere coscienti di ciò che è importante, le cose da tenere e quelle da lasciare andar via”. E le cose, piano piano, tra alti e bassi, iniziano ad andar bene perché un figlio è la previsione meteo più difficile da indovinare, è un arcobaleno dopo una giornata di pioggia, è “la sensazione che tutto sia al suo posto, anche se sta in bilico”.
Giò si scopre innamorato di questo bimbo buono e un po’ strano, a cui non piace il calcio ma il pattinaggio, e che sembra più maturo della sua età e capisce “che crescere un figlio è imparare l’arte dell’addio un po’ alla volta”, ma soprattutto comprende che “un figlio non ci appartiene, ci attraversa”.
Ho letto il romanzo tra sorrisi e lacrime perché Lorenzo Marone, da abilissimo narratore, ci ha mostrato un rapporto imperfetto e, forse proprio per questo, ancora più autentico, a volte sopra le righe, ma fatto di cuore e di pancia. Ho sorriso leggendo che “certe volte la soluzione è sotto agli occhi, certe volte basta solo compiere la scelta più semplice. Certe volte non si tratta di buttare giù muri, solo di aprire una porticina per passare dall’altro lato, così da raggiungere prima chi aspetta solo te” e mi sono commossa riflettendo sulla libertà che “costa, è rischiosa, e richiede tanto coraggio”, ma per essere davvero felici “dobbiamo essere anime libere, da soli o in coppia. Non dobbiamo appiattirci, cercare il consenso, tirare a campare. Senza libertà siamo niente”.
Un libro che si legge tutto d’un fiato, una storia dolce che sa emozionare.
Buona lettura a chi ha imparato a sue spese che “l’infanzia è un cassetto che si apre solo da adulti”. Buona lettura a chi ha compreso che “non occorre chissà che per cambiare le cose, non c’è nessuna vetta da scalare, basta solo un piccolo passettino per volta, e le opportunità ne faranno un altro verso di te”.
E infine buona lettura a chi sa che “ci sono abbracci che non si vedono, ma restano per sempre addosso” e quegli abbracci “si chiamano padri”.
ALESSANDRA D’AGOSTINO
Sono una prof di Lettere appassionata e sorridente! Amo insegnare, leggere e scrivere recensioni, racconti e poesie che, spesso, hanno ricevuto pubblicazioni e premi letterari nazionali. Il mio motto è: "Se la fatica è tanta, il premio non sarà mediocre"... La vita mi ha insegnato che Giordano Bruno non si sbagliava!