“Aritmia” di Elena Mearini

“Per carenza di vivi,

ci rivolgiamo ai fantasmi.”

 

Con questi versi che evocano il vuoto e che fanno riflettere sulla concretezza del nulla, si apre “Aritmia” di Elena Mearini, della Marco Saya Edizioni, che raccoglie poesie brevi e frammenti dell’anima della poetessa.

Quelli che il lettore si trova davanti agli occhi sono quasi degli haiku, sono battiti scomposti, cortocircuiti che il cuore subisce a causa di risvegli improvvisi. Il titolo della raccolta richiama alla memoria proprio un’alterazione della frequenza o della regolarità del battito cardiaco e anche l’immagine di copertina evoca lo smarrimento, la ricerca, il gesto di una continua tensione verso ciò che non si sa, che non si conosce… proprio come l’aritmia che si attende, che è qualcosa che si aspetta anche se non la si conosce e si aspetta perché è importante, è vitale.

Nelle poesie viene raccontata una Milano affaticata dal nulla durante il periodo del lockdown, una popolazione che prova a migrare all’interno delle proprie case, i viaggi da una stanza all’altra, il tutto che accade senza rumore né movimento. Le sirene delle ambulanze per le strade diventano il grido generale delle cose che invocano l’aritmia, il risveglio dell’uomo a più occhi e più tempi.

La poesia rimprovera e al contempo consola con la promessa di un bello che resta sempre e comunque.

Elena Mearini sceglie di affidare alla potenza quieta e folgorante dei versi la propria intelligenza sensibile, il suo sguardo sul mondo. Il lettore assiste al duello tra la parola e il silenzio, tutto giocato sul filo della parola essenziale e del silenzio che tende a dilagare.

La scrittrice fotografa, registra, fissa con delle immagini, anzi, con le parole. Narra delle piccole cose, parla delle “umiltà degli angoli”, questi angoli che esistono perché non hanno centro, mentre l’uomo ha sempre bisogno di una centralità e di affermarsi prepotentemente. Gli angoli, invece, accettano la loro condizione decentrata con estrema umiltà, ma sono fondamentali per far esistere il tutto.

Elena Mearini parla delle cose che ci stanno intorno, degli oggetti di cui ci circondiamo, che smarriamo, di quelli che sono parte di noi e che diventano i nostri compagni costanti.

E allora il lettore riflette sulle voci che vivono dentro gli oggetti perduti, sulle frasi che avremmo voluto dire ma non abbiamo detto, sui silenzi che abbiamo scelto di percorrere e di cui siamo fieri o di cui siamo pentiti.

La poetessa ci racconta di una parola stanca, che tace, solo il suo fantasma dice… “La stanchezza della parola” è un tema fondamentale, un tema doloroso per chi scrive, ma è un dolore necessario perché implica un maggior ascolto della realtà.

Bisogna, dunque, far parlare le piccole cose, essere la voce dei margini, di queste linee di confine che permettono alla parola di esistere, al foglio di essere pieno. E chissà come sarebbe uscire da questi margini, colorare fuori dai contorni, urlare per farsi sentire, ascoltare per essere poi compresi…

Un libro che ci insegna a far parlare il silenzio, anche se esistono “silenzi che non osiamo ascoltare” e ci dà la forza per andare avanti perché “con il tempo, diventiamo lacrime autonome”.

Buona lettura a chi sa che “siamo albe incastrate/nei vicoli ciechi del cielo”. Buona lettura a chi comprende che “non si scappa mai del tutto/c’è sempre un passo/che tradisce la fuga/e resta”. E infine buona lettura a chi sa “con quale passo falso/si è reso vero”.

 

ALESSANDRA D’AGOSTINO

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