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“Il mio arco riposa muto” di Irene Vallejo

By Alessandra D'Agostino
13 Febbraio 2024 4 Min Read
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“Non c’è che il poema a narrare il dolore dei vinti, la sorte di chi è spazzato via dagli incontenibili eventi che danno forma alla storia. Coloro che oggi chiamiamo eroi, un giorno furono creature percorse dalla sventura. Dalla vendemmia della sofferenza si distilla il vino delle leggende”

 

Enea, fuggito da Troia in fiamme, naufraga sulla costa africana, davanti alla città di Cartagine, con suo figlio e alcuni dei suoi uomini. Una profezia lo vuole fondatore di un impero, ma, intanto, il suo destino si intreccia con quello della regina Didone. Secoli dopo, il poeta Virgilio riceve da Augusto l’incarico di scrivere un poema che narri la gloriosa storia di Roma, ma teme di non esserne all’altezza ed è scontento di sé. L’imperatore, comunque, riesce a impedire che distrugga i versi composti, consegnando così alla storia il suo capolavoro.

È questo ciò che racconta Irene Vallejo nel suo romanzo “Il mio arco riposa muto” edito da Bompiani.

Un libro caldo, vivo, attuale, in cui sono gli stessi personaggi a prendere la parola. Il lettore, dunque, segue il punto di vista di Enea, di Didone (che la Vallejo preferisce chiamare con il nome locale, Elissa), di Anna, la sorellastra della regina, che è rappresentata come una ragazza che non vuole crescere, soprattutto da quando ha trovato l’affetto del piccolo Iulo, il figlio di Enea.

Anche qui, come nel poema virgiliano, nelle vite degli uomini intervengono gli dei con i loro piani da realizzare e i loro voleri da compiere. In queste pagine, però, troviamo soltanto Eros, che, venendo da un posto in cui il tempo non c’è, con il tipico distacco di una divinità, commenta quanto sta avvenendo sulla scena fino a meravigliarsi dell’imprevedibilità dei sentimenti terrestri perché “l’amore tra due effimeri umani non nasce mai con la stessa identica intensità. L’ago della bilancia non trova mai un equilibrio”.

Di tanto in tanto alle voci dei personaggi si alterna la voce di Virgilio che parla delle difficoltà che sta incontrando dopo che Ottaviano Augusto lo ha convinto a scrivere l’opera epica di Roma. “Augusto conosce il prezzo delle parole” mentre il poeta mantovano è un uomo in preda ai dubbi, che, in realtà, vorrebbe raccontare un’altra storia, perché è l’amore tra Enea e Didone quello a cui pensa, quello che vorrebbe far conoscere ai posteri, quello che vede davanti agli occhi e di cui vorrebbe scrivere.

È una storia che conosciamo, è vero, ma Irene Vallejo, in queste meravigliose pagine, immagina ciò che Virgilio, nel IV libro dell’Eneide, tace. L’autrice ci mostra cosa successe in quei mesi cartaginesi tra Enea ed Elissa, tra questi due mondi che si incontrarono, si riconobbero, si amarono perché le loro sorti si somigliavano. E allora ecco Enea che viene accolto a Cartagine come un naufrago a cui dare aiuto perché, in realtà, siamo tutti naufraghi e “i naufraghi non possono scegliere il luogo in cui trovare salvezza”. Ecco la regina Didone che, tra tutti i pretendenti, sceglie proprio l’eroe troiano e si innamora di lui come forse mai in vita sua aveva fatto perché “sono bizzarri i ricami intessuti dai fili della vita”. Ed ecco Anna che vede in quegli stranieri una speranza e in Iulo l’amico di cui aveva bisogno per evadere da una città in cui non nascono più bambini.

In questo romanzo, comunque, l’autrice lava le colpe di Enea perché è vero che abbandona una donna che si è messa a nudo per lui, che lo ha amato in maniera totalizzante e gli ha donato un regno che lei ha costruito da sola, ma è anche vero che tutto ciò è successo per un malinteso, per una profezia di Anna che lui non ha saputo interpretare o che, forse, il fato ha impedito di poter realizzare.

Enea, dunque, se ne va, lasciando la bellezza di una città che lo aveva colpito, “un luogo incantevole per costruirci una vita, bello quanto lo fu Troia”, abbandonando una regina che almeno avrebbe voluto un figlio da lui per “assumere il nome di madre” e per essere guardata con la tenerezza che gli uomini riservano alla donna che ha messo al mondo i loro figli. L’eroe troiano, però, è “uno scoglio che tenta di resistere al mare” e quando Elissa gli chiede soltanto un po’ più di tempo, “una tregua al suo dolore”, fino a quando non avrà imparato ad accettare l’idea della sua partenza, lui le nega anche questo forse perché il destino deve compiersi o forse perché la partenza è anche per lui una sconfitta, “un aratro che percorre i volti aprendovi nuove fenditure”.

Enea parte e mentre le sue navi si allontanano, a Cartagine inizia la guerra, una battaglia che, però, non lo riguarda più, infatti, questa volta “il suo arco riposa muto”.

L’abbandono, tuttavia, “è il pungiglione di un insetto furibondo” e mentre Elissa, distrutta dal dolore, “naviga ormai fuori dal tempo”, le sue parole e le sue maledizioni seguiranno Enea per l’eternità.

Buona lettura a chi va contro la sorte, a chi ci prova e a chi non si arrende. Buona lettura a chi, invece, accetta il proprio destino e, tristemente, lo abbraccia. E infine buona lettura a chi si ferma a pensare che avrebbe potuto avere un’altra vita se solo avesse avuto il coraggio di rischiare.

 

ALESSANDRA D’AGOSTINO

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Alessandra D'Agostino

Sono una prof di Lettere appassionata e sorridente! Amo insegnare, leggere e scrivere recensioni, racconti e poesie che, spesso, hanno ricevuto pubblicazioni e premi letterari nazionali. Il mio motto è: "Se la fatica è tanta, il premio non sarà mediocre"... La vita mi ha insegnato che Giordano Bruno non si sbagliava!

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