Elephant Brain – Canzoni da odiare: il disco della pandemia
Ognuno di noi ha le proprie canzoni da odiare.
Anche io, come te, ho tanti ricordi legati a certi brani: alle mie ex, a un passato ormai lontano (fortunatamente), o semplicemente, come è naturale, ci sono canzoni che non riesco proprio più ad ascoltare.
E il destino, con il suo solito senso dell’ironia, ha scelto di farmi incontrare Canzoni da odiare, l’ultimo album degli Elephant Brain.
Un disco che, manco a dirlo, è arrivato nella mia vita esattamente in quel 2022 che già era tosto di suo tra pandemia e la vita privata con la sua solita incertezza.
Chi sono gli Elephant Brain

Il quintetto formato da Vincenzo Garofalo, Andrea Mancini, Emilio Balducci, Roberto Duca e Giacomo Ricci nasce a Perugia nel 2015, esordendo con un EP omonimo autoprodotto che rivela fin da subito la loro chiara vocazione per l’alternative rock. Dopo una pausa che si è conclusa con l’uscita del loro primo album Niente di speciale, la band non ha mai smesso di crescere e farsi sentire, dimostrando una vitalità e una presenza sempre più solida nel panorama musicale italiano.
Come per Niente di speciale, anche Canzoni da odiare è prodotto da Libellula Music e co-prodotto insieme a Jacopo Gigliotti, bassista dei Fast Animals & Slow Kids.
Nella vita degli Elephant Brain con Canzoni da odiare
Tutto comincia con Pt. 1 (canzoni). Una chitarra, sola. Nessuna parola, solo un’introduzione strumentale breve e minimale che ti accompagna dentro la vita della band. È l’apertura di una porta, l’inizio silenzioso di un processo in cui non ci sono certezze, ma solo l’urgenza di dire qualcosa. L’apertura di una parentesi.
Mi sbaglierò, arriva con il primo vero slancio. Il pezzo in cui gli Elephant Brain si riconoscono e si fanno riconoscere: un tappeto sonoro compatto di chitarre, un basso che tiene insieme i cocci, una batteria pulsante e una voce che si apre tra cori e fiati. Un pezzo che non ha paura di mostrare l’ostinazione di chi, nonostante tutto, continua a fare musica perché non può farne a meno.
Ma la motivazione non basta quando cala la notte. Quando il sonno non arriva e i pensieri diventano troppo rumorosi. Neanche un’ora sveglio nasce lì, nel silenzio delle camere da letto in cui la mente non trova pace. È la fotografia di un momento fragile, di una stanchezza che diventa apatia, di una rabbia che non riesce più a sfogarsi. Una canzone che sembra respirare al posto tuo quando tu non ci riesci.
E poi, quando credi di aver toccato il fondo, arriva Come mi divori. La vera canzone da odiare. Il tempo si dilata, la voce si fa spazio tra le pause e poi cresce in un’esplosione dolceamara. È il brano che ha richiesto più tempo, più riscritture, più incertezze. Una canzone stagionata, cambiata fino all’ultimo secondo prima del master, e forse proprio per questo così intensa: perché racchiude tutto il peso del processo.
Nel bel mezzo della scrittura, poi, arriva l’esaurimento. L’ascolto costante delle stesse tracce, il dubbio che si insinua. Anche questa è insicurezza nasce da una domanda senza risposta. Verrà capito tutto questo? Ha davvero senso? È il brano che espone le crepe, la fatica di essere musicisti in un mondo che cambia troppo in fretta, l’ansia di creare qualcosa che parli a qualcuno senza sapere se, quel qualcuno, ci sarà davvero e se si potrà mai salire su un palco.
Ma anche quando chiudi un disco, ne hai già un altro dentro che bussa. La creatività non è un interruttore. È un’onda. E Calamite è proprio questo: il ritorno di quell’onda. Una canzone che guarda indietro per andare avanti. Che si nutre dei ricordi, ma non si lascia imprigionare. Qui si avverte una maturazione: l’idea che ogni esperienza vissuta, ma non deve per forza diventare un oggetto da collezione. La potenza dei souvenir non è nell’oggetto in sé, ma nell’energia che custodiscono.
Rimini è invece una fuga. Un sogno ad occhi aperti, una destinazione mentale. Per una band che viene dall’Umbria, il mare è simbolo di libertà, di apertura, di respiro. È lì che si va quando serve staccare, anche solo con la mente. Un rilascio delle tensioni attraverso una ballad rarefatta, che ha il sapore dell’infinito e il potere di rimettere tutto in prospettiva.
E infine arriva Quel che resta, che non è un epilogo ma una dichiarazione. Il momento in cui si guarda indietro e si realizza che sì, qualcosa è rimasto. Le sere, le feste, le ore piccole. È il punto in cui l’arte smette di essere senso di colpa e torna ad essere necessità. Dove si brinda anche alle occasioni perse, perché sono parte del viaggio. Dove ci si rende conto che se una canzone riesce anche a farsi odiare, allora ha lasciato il segno.
Pt. 2 (odiare) chiude non solo il disco, ma anche la parentesi aperta da Pt. 1 (canzoni). Questa volta non è una chitarra ad accompagnarci, ma un piano che lentamente apre lo spazio, facendo emergere una chitarra distorta che richiama quel primo, fragile inizio. È come il ritorno dell’ispirazione, un segnale che il ciclo non si è chiuso davvero: il loop sta per ricominciare.
Conclusioni
Canzoni da odiare è il risultato di un periodo eccezionale, in cui il mondo sembrava fermo ma le emozioni continuavano a muoversi più forti che mai. La band, separata e bloccata come tutti, ha trovato un modo per non spegnersi: scrivere pezzo dopo pezzo, scambiandosi tracce via cloud, affrontando dubbi, incomprensioni e la fatica di lavorare a distanza. È stato un processo lento, ostinato, fatto di piccoli scatti emotivi che alla fine hanno preso forma in canzoni vere. Non è un disco sulla pandemia, ma dentro la pandemia. Un lavoro che abbraccia l’alternative rock, scritto con influenze del midwest emo, e attraversato da una tensione continua tra fragilità e urgenza.
Una delle vere forze di Canzoni da odiare degli Elephant Brain è la sua coerenza interna. Nel disco non ci sono riempitivi né tracce superflue: ogni brano ha un peso condiviso, risultato di un lavoro di squadra che la band porta avanti da sempre. L’obiettivo non è mai stato pubblicare una semplice raccolta di singoli, ma costruire un album pensato per essere ascoltato dall’inizio alla fine, capace di mantenere la stessa intensità anche dal vivo. Quando finalmente gli Elephant Brain sono tornati in sala prove, hanno capito che qualcosa era cambiato: invece di aggiungere nuovi brani, hanno deciso di tenere solo quelli nati a distanza, gli unici davvero da odiare, capaci di raccontare la frustrazione e la fatica di lavorare insieme, ma lontani fisicamente.
“Uniti, ma da quale spago?”, direbbe Richard Benson. E forse è proprio questo lo spago che tiene insieme Canzoni da odiare: una tensione continua tra la voglia di esserci e la difficoltà di farlo, tra distanza e appartenenza. Un disco nato divisi, ma suonato come se fossero ancora tutti nella stessa stanza.
Anche se il disco funziona e lascia il segno, ho avvertito in Canzoni da odiare una struttura fin troppo vicina a quella di Niente di speciale. Un elemento che consolida il linguaggio della band, ma che in alcuni momenti può dare l’impressione di un déjà-vu. Tuttavia, è comprensibile: la difficoltà nel poter sperimentare liberamente, vista la distanza e le condizioni imposte dalla pandemia, ha inevitabilmente influenzato il processo creativo tra Niente di speciale e questo album.
Il rischio di ascoltare oggi Canzoni da odiare degli Elephant Brain senza conoscere il contesto che ha mosso la sua scrittura è travisarne completamente il significato. Le emozioni nate in isolamento, tra ansia e frustrazione, potrebbero apparire come semplici malinconie o amori finiti. Una lettura possibile, certo, ma figlia di una distanza – non solo temporale – che richiama il concetto di La mort de l’auteur. Se vuoi approfondire, ho scritto un articolo dedicato a Post Mortem de I Cani, un esempio perfetto di questo fenomeno. Leggi qui →
Infine, per gli appassionati di sonorità indie e midwest emo, consiglio anche di rileggere il pezzo sugli Hey, Nothing, una band che, come gli Elephant Brain, costruisce le proprie atmosfere con un equilibrio tra emozione e tensione. Leggi l’articolo →
Se ti è piaciuto questo approfondimento, non perdere i miei altri articoli della nostra sezione musica! Scopri tutti gli articoli →
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
