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Copertina dell'EP degli Odd Socks - We are not Old Socks
Musica

Odd Socks – We Are Not Old Socks: i calzini spaiati nel 2026

By Aleister Rush
30 Gennaio 2026 4 Min Read
0

Siamo a fine gennaio e finalmente questo 2026 ha iniziato a tirare fuori qualcosa di cui valga la pena parlare.

Lo sai come funziona: mi prendo il mio tempo prima di scrivere, lascio decantare, aspetto che le cose si sedimentino. E anche se ho ancora qualche strascico del 2025 da smaltire, direi che è il momento di sparare le prime cartucce di quest’anno.

Ero al PC, cuffie addosso, a rivedere appunti in modo distratto e nel frattempo mi sono esposto a roba nuova, senza troppe aspettative e per compagnia, quando parte Jet Lag. E mi fermo. Alzo la testa. Torno indietro, la riascolto. La butto nella playlist di quei brani da tenere sott’occhio, quelli che potrebbero diventare qualcosa o sparire nel nulla.

È passato più di un mese da quel momento. E no, non sono spariti nel nulla.

Chi cazzo sono gli Odd Socks?

Preparati a confonderti, perché di band che si chiamano così ce ne sono dal Canada all’Irlanda. Ma questa è la nostra versione italiana.

Sono in cinque, sparsi per tutto lo stivale, con base a Roma. Nella loro bio su Spotify si descrivono come gente “che scrive di persone che si innamorano troppo in fretta, che fanno tardi ai concerti e che non dormono abbastanza”.

Praticamente stanno parlando del sottoscritto. Esclusa la parte del fare tardi ai concerti. A quelli ci arrivo sempre con anticipo imbarazzante.

La testa del progetto sembra essere Andrea Catania, che si occupa dei testi, mentre Quirico Crescenzio tiene in piedi tutto il resto della baracca musicale.

We Are Not Old Socks

Il titolo dell’EP è una resa dei conti con l’anagrafe e la fonetica: a quanto pare in troppi sbagliano il loro nome, e hanno deciso di mettere le cose in chiaro. Niente calzini vecchi qui, grazie.

Cinque tracce. Un quarto d’ora. E un filo emotivo che si snoda dalla fine di una relazione fino a quella porta socchiusa che potrebbe riaprirsi.

Stubborn apre il disco e ti porta subito dentro una storia che finisce. E che non la prendi bene. Quella fase in cui la persona se n’è andata ma continua a essere ovunque, un fantasma che non hai invitato. È la difficoltà di accettare che le cose cambiano, quel loop infinito di cercare risposte, negare l’evidenza, restare sospesi.

Jet Lag è il brano che mi ha portato qui, e adesso riesco a incastrarlo meglio nel puzzle. Siamo forse un attimo prima di Stubborn: una relazione già confusa, logorata da incomprensioni e sensi di colpa, tentativi di spiegarsi che finiscono in un buco nell’acqua. Forse c’è la distanza di mezzo, forse i viaggi continui. Ma il punto è che puoi cambiare città quanto vuoi, i problemi te li porti sempre dietro.

No Game Tonight è la mia preferita. Se oggi qualcuno mi chiedesse di spiegare la mia situazione sentimentale, probabilmente starei zitto e gli farei ascoltare questo pezzo. È quel conflitto tra volersi innamorare di nuovo e avere il terrore di tornare a soffrire. Un valzer continuo tra la solitudine che è diventata zona di comfort (anche se ti sta logorando) e l’impulso di avvicinarti a qualcuno, aprirti, capirvi. Uno stallo alla messicana dove vorresti fare il passo, ma conosci troppo bene il gioco e sai quanto può far male. Perché innamorarsi di nuovo sarebbe un gran casino.

Butterflies cambia qualcosa. C’è una svolta, la nascita di un sentimento. Il titolo è ovvio, le farfalle nello stomaco, ma la battaglia interiore non si placa. Cuore contro cervello, risposte di pancia seguite un secondo dopo dal dubbio. Una sensazione che arriva, ti travolge. E poi passa.

Bittersweet/Cherry Lady chiude il quarto d’ora. Era già uscita come singolo a novembre. Tutto parte con una chiamata. Quel “ciao, come stai?” quando rispondi e dall’altra parte c’è il tuo ex. Vai in crisi, cedi. Metti sul piatto quello che stai facendo, come stai migliorando, che forse si potrebbe riprovare. Anche se dall’altro lato è difficile crederci, e finisci inevitabilmente a scavare nei ricordi. Il cucinare insieme, e poi quell’ammissione di colpe sul dolore che ti sei causati a vicenda.

Tutto bellissimo, ma come suona?

Non ti sto a raccontare che gli Odd Socks hanno reinventato la ruota. We Are Not Old Socks si incastra nel canone dell’indie rock senza troppe pretese di rivoluzione, e va bene così.

L’eccezione è No Game Tonight, che vira decisa verso il dream pop e spezza l’ascolto in modo perfetto. Una boccata d’aria diversa nel mezzo del disco.

In conclusione

Gli Odd Socks hanno gettato basi solide. C’è mestiere, c’è sensibilità, c’è quella capacità di raccontare dinamiche emotive in cui ti riconosci anche se non vorresti.

Il punto interrogativo è il solito: cantano in inglese, e questo in Italia può essere un handicap. Il pubblico medio spesso non si prende la briga di capire i testi (non ascoltano neanche quelli in italiano, figurati). Però dalla loro bio su Rockit sembra che stiano ancora “imparando l’italiano”, il che mi fa pensare che prima o poi tireranno fuori qualcosa nella nostra lingua. Un percorso simile a quello dei Nimby.

Sono curioso di vedere questa evoluzione. Di capire se riusciranno a mantenere l’essenza di questo primo EP cambiando lingua.

E nel frattempo, quella playlist dei brani da tenere sott’occhio? Ha fatto il suo lavoro.


Se tutto questo non ti basta, puoi leggere:

→ Mexico86 – Fuori tema: Un album impossibile da ignorare

La band che nonostante le mille sfortune è tornata a far parlare di se con un nuovo disco. Tanti anni di silezio, ma anche tanto da dire

→ hey,nothing – Maine

Un altro EP carichissimo di emozioni, formato da due ragazzi che nonostante non vada più di moda propongono il loro progetto Midwest Emo mettendosi a nudo il più possibile.

Per altri ascolti che mettono in discussione il concetto stesso di buon gusto, dai un’occhiata alla sezione musica.

Al prossimo disco.

Letto: 34
Aleister Rush

Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.

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