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Foto rappresentante Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi membri dei Satantango
Musica

Satantango – Satantango: La pellicola nel tuo giradischi

By Aleister Rush
27 Febbraio 2026 6 Min Read
0

François Cambuzat una volta mi ha detto una cosa che non mi sono più tolto dalla testa.

Eravamo io e Domenico, stavamo parlando con lui di musica, della sua vita da artista sempre in tournée con Gianna e delle loro esperienze in giro per il mondo. Eravamo affascinati e allo stesso tempo un po’ amareggiati perché in quel momento sentivamo il fortissimo peso della provincia. E lui se ne esce con una frase che lì per lì ho annuito, ma che col tempo mi è cresciuta e mi ha fatto vedere le cose da una prospettiva diversa.

E quando vedo dalla provincia venir fuori alcuni album, non posso far altro che pensare a quella sua frase.

Con i cambi di routine a volte si perdono anche alcune sane abitudini. Una di queste stava davvero iniziando a mancarmi fortemente. Così nonostante fossi stato tutto il giorno di fronte al pc a leggere, ricercare e scrivere ho detto basta. Dovevo fare qualcosa che fosse unicamente per me, per ricaricare le batterie. Ho chiuso tutte le tab che avevo aperto in quel momento e sono andato dritto su Bandcamp. Ho girato tra le mie etichette di fiducia e mi accorgo di una nuova entrata in Dischi Sotterranei. E già a colpo d’occhio vengo rapito dalla foto e dal nome: Satantango. La copertina in bianco e nero,di una casa abbandonata. Ero già innamorato.

Poi guardo la tracklist. E mi fermo.

Outro è la terza traccia. Sigla è la settima. Qualcuno sta giocando con le regole, e non per vezzo: sta dichiarando guerra alla struttura. Lì ho capito di trovarmi finalmente di fronte a qualcosa che non esce tutti i giorni.

Chi cazzo sono i Satantango?

Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi. Vivono a Casalbuttano ed Uniti, provincia di Cremona, tremila abitanti, nebbia e pianura sconfinata. Hanno preso Satantango dal film di Béla Tarr del 1994: un mattone ungherese di sette ore nelle campagne magiare, storia tratta dal romanzo di László Krasznahorkai.

Ma il punto non è il riferimento colto. Il punto è che questi due hanno guardato i paesaggi fangosi e grigi dell’Ungheria di Tarr e la prima immagine che è venuta in mente a Valentina è stata la cascina dietro casa sua. Un legame che sarebbe diventato inevitabile. 

E nonostante siano a un’ora e mezzo dalla grandissima Milano, hanno scelto di restare in quel paese con un nome che sembra uscito da una battuta di pessimo gusto. Rimangono ai margini perché ai margini, dicono, si respira. Si pensa. Si crea senza che qualcuno ti dica come dovresti farlo.

Satantango – Un film in otto scene

Quando ascolti questo disco non puoi fare a meno di avere un film ben preciso che ti passa in testa.

Lo so, sembra una di quelle frasi da comunicato stampa che fanno venire l’orticaria. Ma credetemi.

Che facevi l’11 settembre?

Tutto inizia con 9.11. Il momento di non ritorno. Il giorno in cui l’infanzia di una generazione è finita senza preavviso e da allora continuiamo a schivare tutte quelle cose che accadono nel mondo e sembrano più grandi di noi. Un trauma che si ripercuote ancora oggi sulla percezione che abbiamo di tutto.

Come ti ha cambiato

Cresci, e quel trauma viene riconfermato. Gioventù, amore e rabbia. Una generazione che si fa carico di se stessa e non chiede troppo aiuto, che si isola nelle proprie cose, nella new wave, e pur di non pesare su qualcuno si fa distante. Che lascia andare con la totale perdita dell’illusione, passando ufficialmente alla vita adulta. Forse prima del tempo.

Urlo

Outro la troviamo subito, a consolidare tutto in un urlo disperato. Una chitarra acustica e un grido che si perde in un muro di suoni. È la reazione a tutto quello che continua ad accadere nel mondo e ci mette in ginocchio.

Frustrazione

La frustrazione e l’incertezza per tutti questi anni creano il Permafrost. Quella maledetta sensazione di non sentirsi mai protagonisti, mai immersi pienamente nella propria esistenza ed essere solamente spettatori passivi. Un vero scontro con la realtà: crediamo che se ci manchi qualcosa dobbiamo aggiungerla, come il sale nella pasta sciapa. Per zittire questo disagio ci bombardiamo di piccole ricompense brevi che ci danno la scarica di dopamina, ma che ci portano comunque sempre di fronte alla mancanza di senso. E allora scatta l’istinto: fuggire.

Fuga

Esci, prendi la macchina, ti allontani dalla routine sulla Strada Provinciale 6. E mentre attraversi la provinciale vedi i tralicci della centrale idroelettrica, la pista ciclabile, la pianura in bianco e nero delle giornate invernali. Un modo per riprendere fiato, eppure quello che ti circonda ti fa sentire ancora a casa.

Perdita delle certezze

Lungo la strada non puoi ignorare Villa Alluvioni. Si sta lentamente sgretolando. Il suo splendore di un tempo non tornerà più. Non puoi far altro che restare inerme come i fotografi che immortalano il disastro di Hindenburg mentre ogni punto di riferimento svanisce eroso dal tempo.

Visti i pessimi pensieri, decidi di andare nell’unico posto sicuro che ti viene in mente: il cinema.

Rifugio

Entri in sala che il film è appena iniziato. Sigla. che dura giusto il tempo in cui cerchi la fila per sederti.

Resistenza

E poi realizzi. È l’ultima proiezione al Cinema Tognazzi. L’insegna ferma agli anni ’90. Il rifugio dei sognatori, lo spazio dove il buio della sala diventava un manto protettivo dal mondo che continua a cambiare, sta per chiudere per sempre. Sai che uscendo da quella sala non la vedrai più, e varcando la porta perderai tutto quello che era legato a quel luogo. L’ultimo posto sicuro che avevi vicino. Tutta la memoria personale si lega alla perdita collettiva. I titoli di coda scorrono. Le luci si accendono. Non vuoi alzarti.

Un ultimo stupido tentativo di resistenza.

Ma come suona?

Lo-fi, sporco, imperfetto. Ma non per incapacità: per scelta. I rumori di fondo evocano la grana della pellicola. Ci sono stonature, tracce di cantato graffiate, qualcosa che va fuori tempo, ma senza che sia fastidioso. Sono state volute proprio così perché cariche di sentimento. Tutto per rispettare l’estetica di questo disco, immerso totalmente nello shoegaze e nella nostalgia.

L’esperienza Satantango

Satantango è un’opera che funziona come un lungometraggio in bianco e nero: ha un’apertura, uno sviluppo, un finale che ti lascia nel buio.

Un album che si lega indissolubilmente al cinema. L’estetica in bianco e nero guarda ad Antonioni, alla sua malinconia sospesa che è tangibilissima in ogni pezzo. Il titolo Gioventù, amore e rabbia è lo stesso del film di Tony Richardson del 1962, che racconta la corrente dei giovani arrabbiati inglesi che è il film preferito di Valentina.
In Cinema Tognazzi si sente il campionamento di un film con il rumore di una vecchia macchina da proiezione. 

L’obiettivo era proprio quello di tradurre l’esperienza del film di Satantango in un album. Dare il giusto tempo a chi ascolta per riflettere sulla loro storia usando le orecchie e l’immaginazione, come fa lo spettatore che guarda il film di Béla Tarr “da uno schermo lontano”: avere il giusto distacco per osservare attentamente la quotidianità, la ripetitività estenuante dei gesti che ha come obiettivo quello di porsi una domanda: perché?

Altri piccoli dettagli, sempre in Gioventù, amore e rabbia, è presente una citazione a Boys don’t cry dei Cure.

Due province, stesso centro

Tornando al concetto di provincia.

Io vivo nel Sud Italia. Loro nella Bassa Padana. Due mondi che non potrebbero essere più diversi: il mio sole contro la loro nebbia, il mio mare contro i loro canali. Eppure la provincia è provincia ovunque. Quella sensazione di essere fuori dal discorso, di dover giustificare perché non te ne sei andato, di sentire che il “vero” succede sempre altrove.

I Satantango hanno fatto un disco che smentisce tutto questo. Nonostante Casalbuttano ed Uniti. Grazie a Casalbuttano ed Uniti.

La nebbia, il fango, i tralicci, le cascine abbandonate: non sono sfondi, sono protagonisti. E il loro ritmo lento e vischioso di queste otto tracce rendono tangibile a chiunque la pesantezza schiacciante delle poche prospettive offerte dalla provincia. Una provincia che è sempre più abbandonata a se stessa, sempre più povera, che offre sempre meno a chi resta. Ma che offre tanta noia per creare qualcosa di speciale come Satantango.

Quella frase di Cambuzat? Eccola: “Io penso, sono sicuro che siete voi, sono le Periferie a essere il vero centro”.

Questo disco ne è la prova.


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Al prossimo disco.

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