Skip to content
manifestblog

contenitore di libere scritture

manifestblog

contenitore di libere scritture

  • Chi siamo
  • Blog
    • Agendina
    • Approfondimenti
    • Biblioteca
    • Commento
    • Manifestino
    • Mediateca
    • Musica
    • Pensierini
    • Pinacoteca
    • Poesia
    • Racconti
    • Sport
    • Teatro
    • Territorio
    • Vis-à-Vis
  • Attività
    • Manifestiamoci
    • DeScrivo
  • Chi siamo
  • Blog
    • Agendina
    • Approfondimenti
    • Biblioteca
    • Commento
    • Manifestino
    • Mediateca
    • Musica
    • Pensierini
    • Pinacoteca
    • Poesia
    • Racconti
    • Sport
    • Teatro
    • Territorio
    • Vis-à-Vis
  • Attività
    • Manifestiamoci
    • DeScrivo
Close

Search

  • https://www.facebook.com/
  • https://twitter.com/
  • https://t.me/
  • https://www.instagram.com/
  • https://youtube.com/
Subscribe
La copertina di Post Mortem, il disco del ritorno de I Cani dopo nove anni di silenzio
Musica

I Cani – Post Mortem: Il disco che nessuno ha capito

By Aleister Rush
11 Luglio 2025 8 Min Read
0

Di Post Mortem non hai capito un cazzo

Il 10 aprile 2025 è stata una giornata piena di sorprese. Per giorni, tutti i miei canali social sono stati invasi da una sola notizia: I Cani hanno pubblicato Post Mortem.

Adesso, a qualche mese dall’uscita, vi starete chiedendo: perché parlarne ancora? Semplice. Post Mortem è un disco così complesso e discusso che, in realtà, nessuno ci ha davvero capito niente.

Ci ho messo mesi di ascolto per digerire, capire e trovare una chiave di volta. E qui, come ogni settimana, vi racconto cosa forse non avete ancora visto in Post Mortem.

Chi sono I Cani?

Foto di di Niccolò Contessa
Niccolò Contessa, il volto dietro I Cani. Dopo anni di silenzio, torna con Post Mortem, il disco più personale e spiazzante della sua carriera.

In un’era ancora primitiva di internet, era il 2010 quando Niccolò Contessa, chiuso nella sua cameretta romana, diede vita alla one man band caricando i primi brani su SoundCloud e su Youtube, senza grandi pretese. Quei pezzi sarebbero poi finiti nel primo e impulsivo disco, Il sorprendente album d’esordio de I Cani, diventando pietra miliare della scena indie, o meglio ITPOP, guadagnando subito un’attenzione mediatica fuori dal comune. Decidendo poi di uscire dalla cameretta, Contessa decide di coinvolgere nel progetto per i live altri componenti. Fin dagli albori hanno firmato con 42 Records senza mai interrompere la loro collaborazione.

Post Mortem: il disco che nessuno aspettava ma che tutti stavano aspettando

Lato A: Post Mortem de I Cani 

Come già successo con Aurora, I Cani anche per Post Mortem eliminano le introduzioni e aprono l’album con io, una canzone che parla soprattutto a chi ha la consapevolezza dei propri limiti, la sensazione di autosabotaggio e che nonostante voglia di fare tende a tradire se stesso. Con la scusa ne approfitta anche per togliersi qualche sassolino dalla scarpa su dove sta andando il music business.

Pronto subito a rincarare la dose con buco nero, in cui il punto centrale diventa il vuoto interiore. Simone, Arianna, Filippo, Antonio: nomi diversi, storie solo in apparenza scollegate, frammenti di quotidianità che sembrano leggeri ma che, messi insieme, tracciano un ritratto generazionale preciso: stanco, disilluso, compresso dentro convenzioni sociali che inconsciamente accettiamo. Bellissima la scelta di coinvolgere anche sé stesso, un Niccolò che si inserisce nel quadro e ammette di sentirsi, anche lui, vagamente ridicolo.

Per chi si è sentito spaesato fino ad adesso, colpo di tosse è il brano che ti riporta alla comfort zone. Qui si risente tutta l’esperienza passata della penna di Contessa, un racconto visuale e pieno di figure retoriche che vuole ricordarci, anche velatamente, tutto quello che è successo che ha portato all’atto creativo di questo disco e forse di tutta la produzione del progetto I Cani. Forse gli anni di noia che vengono menzionati nella traccia non sembrano così casuali se viste le date di pubblicazione di tutta la discografia.

Davos è il pezzo politico che tutti aspettano in ogni disco de I Cani. Mettono in scena senza filtri un collage di contrasti ideologici, culturali e geopolitici attraverso dualità potenti e taglienti: c’è chi si dà fuoco e chi prova a spegnerlo, chi prega rivolto verso La Mecca e chi torna dall’after del sabato sera, chi parte per le Maldive e chi per il Donbass. Ognuno è convinto di essere nel giusto, di avere la propria verità in tasca. È chiaro che tutti stanno sbagliando: l’unico momento di lucidità arriva sempre troppo tardi. Tra l’altro, apprezzatissimo il riferimento a La montagna incantata.

Colpevole è un brano brevissimo, ma incisivo. In pochi versi riesce a far affiorare con forza il senso di colpa di chi vive da sempre negli agi del primo mondo. Musicalmente, è anche uno dei momenti in cui si avverte più chiaramente l’influenza del lo-fi americano. Che sia un primo semino per una nuova direzione per il panorama italiano?

f.c.f.t. (Fare Come Fanno Tutti, se non l’avete capito), è un brano che gioca con la ripetizione per mettere a nudo il senso stesso dell’omologazione. Dietro l’apparente leggerezza di una lista di gesti quotidiani si rivela il vero nodo: la routine come marcia forzata verso la normalità. Un inno grottesco all’adattamento sociale, dove ogni “tutti” diventa un piccolo cedimento all’idea di dover essere come gli altri.

E poi, quando ormai pensavi che l’album avesse rinunciato per sempre agli intermezzi strumentali, arriva Post Mortem,  la title track. E ti sorprende. È un pezzo cupo, sospeso, quasi dungeon synth. Un brano che non dice nulla e dice tutto, che chiude questa prima metà di ascolto.

Lato B: Risurrezione de I Cani 

Girando il disco, la seconda metà di Post Mortem si apre con un ceffone inaspettato: felice. E subito sorge la domanda: perché una canzone dal titolo così leggero suona così tragica?
Il cuore del brano è la felicità distorta, quella che appare nei momenti di malessere e claustrofobia. Ma tra le figure kafkiane evocate nel testo, spunta un dubbio: non è forse un riferimento a Felice Bauer, storica fidanzata di
Franz Kafka? Il nome stesso del brano gioca con l’ambiguità: Felice non è una condizione, ma un nome proprio, e richiama una felicità apparente, vissuta in mezzo alla distanza, alla tensione, all’incomunicabilità. È una relazione che si trascina stancamente, come quella tra Kafka e Bauer prima della lettera definitiva: La condanna. Mi piace immaginare che questo brano abiti proprio quel limbo, pochi attimi prima che tutto si spezzi. Allora viene anche spontaneo chiedersi: ma precisamente, questo Kafkian, chi era?

Dopo questo momento introspettivo e denso di riferimenti letterari, il disco si apre a due brani che riportano brevemente in superficie le radici storiche del progetto. Nella parte del mondo in cui sono nato è uno dei passaggi più lucidi e taglienti del disco. Ci ricorda che vivere in un’epoca di iperconnessione non equivale affatto a essere informati o consapevoli. In un mondo saturo di contenuti, l’omologazione vince sulla profondità, e il valore delle cose si confonde nella sovraesposizione mediatica. È un pezzo che parla al presente, ma con l’amarezza di chi sa che l’epoca delle grandi narrazioni è finita.

Con madre, il tono cambia ancora. È forse il brano più enigmatico e toccante dell’intero disco, e anche quello che più ho sentito vicino. Se per un attimo sembra richiamare i Cani delle origini, lo fa solo per spiazzare: qui la forma non è più funzionale al testo, ma al contrario, la musica lo ingloba, lo trasporta altrove. La voce appare come sospesa tra un passato sfocato e un futuro che non arriva mai, come se si fosse incastrati in un eterno presente. Le immagini sembrano semplici, quotidiane, ma è in quella semplicità che scivola una delle domande fondamentali: perché veniamo al mondo? E cosa resta davvero di noi, alla fine? È un brano che sembra suonato negli ultimi minuti di vita, prima di reincarnarsi in qualcos’altro.

Poi arriva carbone, forse il brano più crudo, più reale, e per me anche il più doloroso. Racconta l’amore nella sua forma più spenta, quella dell’abitudine. Parla di due persone che si parlano senza ascoltarsi, che si guardano senza vedersi, che restano insieme pur essendo diventate estranee. E resta scolpita quella frase, semplice ma tremenda:
“Perché due sconosciuti insistono? Chissà perché due sconosciuti continuano a chiamarsi amore.” Poche parole che bastano a fotografare una condizione generazionale: l’incapacità di lasciare andare ciò che è finito.

buio è uno dei momenti più coraggiosi dell’intero disco. Si muove tra darkwave e industrial, tra tensione e introspezione. Qui si tocca un nodo esistenziale importante: evitare di scendere “fino in fondo” può sembrare una strategia per non soffrire, ma alla lunga diventa un ostacolo all’amore. Finché non accettiamo le nostre zone d’ombra, finché non impariamo a conviverci, continueremo a vivere in superficie, lontani da noi stessi e dagli altri.

Il disco si chiude con una ballad intima, un’altra onda. La chitarra classica e il mare in sottofondo valorizzano delle metafore semplici ma potentissime. È quella sensazione infantile di essere travolti, di bere acqua salata e scoppiare a piangere, cercando conforto dove sappiamo che non c’è più. Ma, a differenza di allora, oggi sappiamo che l’onda passa, che i piedi torneranno a toccare la sabbia. E che proprio da lì, da quel fondo, si può ripartire. Con il fiato corto, ma con nuova forza.

Perché Post Mortem è così difficile da capire

Per capire fino in fondo Post Mortem, dobbiamo tornare agli albori del progetto I Cani e alla sua essenza più profonda: l’anonimato iniziale, il rifiuto dell’identità pubblica, la frammentazione della voce autoriale. Non è un caso che la parabola di I Cani sia uno degli esempi più evidenti, in ambito italiano, di ciò che Roland Barthes definiva la mort de l’auteur: ovvero l’idea che il significato di un’opera non dipenda da ciò che l’autore voleva dire, ma da come viene interpretata da chi la riceve.

Questo approccio ha sempre convissuto, nel progetto di Contessa, con un’intenzione apparentemente opposta: fare musica nella propria camera, per gioco, ibridando synth da club con l’estetica punk-rock anni ’80/’90. Un progetto più musicale che lirico, che ha però visto nei testi — spesso involontariamente — il veicolo principale della sua popolarità. I fan si sono innamorati di frasi, immagini, tormentoni generazionali, forse più di quanto Contessa stesso volesse davvero comunicare.

I Cani con Post Mortem spezzzano ogni ambiguità. Il disco segna una rottura netta con il passato. Tolti pochi richiami autoreferenziali, come nel caso di madre, non c’è più traccia delle dinamiche che definivano Il sorprendente album d’esordio de I Cani o Glamour. Né si respira l’intento cantautorale di Aurora. Qui la priorità è un’altra: la centralità del suono. È un album che sembra voler affermare con forza che le buone idee non hanno bisogno di essere ripetute all’infinito.

Per questo Post Mortem suona come un disco che guarda decisamente altrove, anche geograficamente. Le influenze che lo attraversano non si limitano più ai riferimenti italiani: le linee di basso e le percussioni elettroniche si fanno struttura portante, sorreggendo tappeti sonori che richiamano l’estetica lo-fi americana, la darkwave e l’ambient. I testi restano importanti, ma stavolta riescono a non essere più al centro del quadro.

Quando il silenzio ha qualcosa da dire

Nonostante l’apparente discontinuità narrativa tra le tracce, Post Mortem è tenuto insieme da un filo conduttore ben saldo: il senso di inadeguatezza. Un tema che attraversa tutto il disco, legando i brani in un flusso emotivo coerente. In questo, si rafforza ulteriormente la figura di Niccolò Contessa, che dal 2010 è rimasto fedele a una precisa visione artistica. La sua è una posizione chiara, quasi controcorrente: rifiuta il culto dell’immagine e quella sovraesposizione costante che oggi sembra necessaria per “esistere” come artista. Al contrario, sceglie il silenzio finché non ha davvero qualcosa da dire. Ed è proprio questa assenza prolungata, nove anni senza I Cani, che dà ancora più valore al ritorno: Post Mortem arriva nel momento giusto, non perché doveva uscire, ma perché voleva uscire, senza marchette, misterioso e contro ogni convenzione (è uscito di giovedì, mentre abitualmente tutti i nuovi dischi escono di venerdì).

Se non avevi colto certi dettagli, è perché Contessa ci voleva dentro fino al collo — senza distrazioni. Se ti ha colpito questa parte più intima e vulnerabile, allora leggi anche il mio articolo su Saya Gray, dove il caos dell’interiorità prende altre forme. Oppure torna al mio pezzo su Pippo Sowlo che ha tratto tanto dal lavoro de I Cani nella stesura del suo EP.
Per altri ascolti che scavano sotto la superficie, qui trovi tutti i miei articoli.

Al prossimo disco.

 

Letto: 460
Aleister Rush

Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.

  • Aleister Rush
    Cristiano Sbolci – FUORIMODA: Il disco che è un film degli anni ’70
  • Aleister Rush
    LENORE – Per non aver commesso il fatto: mettersi sotto processo
  • Aleister Rush
    Le Canzoni Giuste – Sotto la panca: Nonsense deviato dagli anni 90
  • Aleister Rush
    Elena Romano e JilHara – Sexting: tre minuti in una stanza al buio
  • Aleister Rush
    Giovanni Ti Amo – COYOTE!: l’equazione dell’amore non torna mai
  • Aleister Rush
    Satantango – Satantango: La pellicola nel tuo giradischi
  • Aleister Rush
    Nico Arezzo – Non c’è fretta: è importante rallentare
  • Aleister Rush
    WOW – Amore: Baci Perugina per voi, un disco per me
  • Aleister Rush
    HACHIKO – HYPERTROIA: 10 tracce per rompere ogni tabù
  • Aleister Rush
    SPEAKEASY – NATI INCIAMPATI è la parola d’ordine
  • Aleister Rush
    Odd Socks – We Are Not Old Socks: i calzini spaiati nel 2026
  • Aleister Rush
    Psicotino x Jadecore – Destroy the Server: spezzare il loop
  • Aleister Rush
    Le Canzoni Giuste e Domenico Bini contro gli spoiler
  • Aleister Rush
    I Putan Club aboliscono il palco per possederti
  • Aleister Rush
    Le Canzoni Giuste – Benito: identikit per riconoscere i nostalgici
  • Aleister Rush
    Mexico86 – Fuori tema: Un album impossibile da ignorare
  • Aleister Rush
    Non Volevo Essere Trovato: I Tonno si Sciolgono e Rinascono
  • Aleister Rush
    Si! Boom! Voilà! – Pinocchio: imperfezione e bellezza
  • Aleister Rush
    Tony Pitony – Tony Pitony: Come inciampare con stile
  • Aleister Rush
    Inchiuvatu – Addisìu: Il Black Metal che Rende Halloween Ridicolo
  • Aleister Rush
    The Zen Circus – Il Male: il disco spiegato in 4 passaggi
  • Aleister Rush
    Ho ascoltato MOBRICI alle 3 del mattino dopo una serata di merda
  • Aleister Rush
    Elephant Brain – Almeno per ora: Il Limbo Dorato
  • Aleister Rush
    CALMI – Una comune esperienza umana: da dolore a musica
  • Aleister Rush
    HACHIKO – SESSO GAY: davvero una nuova era?
  • Aleister Rush
    Dissidio – Magari Ci Sarà Un Futuro Migliore
  • Aleister Rush
    Color Fest XIII – La nostra ultima giornata
  • Aleister Rush
    Color Fest XIII – Il nostro secondo giorno
  • Aleister Rush
    Color Fest XIII – Il nostro primo giorno
  • Aleister Rush
    GIALLORENZO – Inni e Canti: la guerra che ci portiamo dentro
  • Aleister Rush
    Nico Arezzo – Non c’è mare: l’unica cosa che manca a Bologna
  • Aleister Rush
    Elephant Brain – Canzoni da odiare: il disco della pandemia
  • Aleister Rush
    Pippo Sowlo – Ok Computer Però Trap: riscoprire l’EP immortale
  • Aleister Rush
    Kapote – Italomania Vol. 3: il groove italiano secondo Toy Tonics
  • Aleister Rush
    Post Nebbia – Canale Paesaggi: il rumore delle vite connesse
  • Aleister Rush
    Surf Cassette – io per lei: la recensione
  • Aleister Rush
    Laguna Bollente – FANTA SBOCCO: quando Spotify non basta
  • Aleister Rush
    HACHIKO – memorie di una troia: volgarità d’autrice
  • Aleister Rush
    Valentino Vivace – Discoteca Vivace: La Discoteca Fuori dal Tempo!
  • Aleister Rush
    L’emo è morto? Forse è il momento di ascoltare hey, nothing
  • Aleister Rush
    Nobraino Animali da Palcoscenico: l’ultimo uomo a cavallo ero io
  • Aleister Rush
    Saya Gray – Saya: tra strumenti, sentimenti e l’amore complicato
  • Aleister Rush
    Nimby – Barbarie: Sintesi vuota di una Giornata

Tags:

42 recordsalternativaI Canimusica
Author

Aleister Rush

Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.

Follow Me
Other Articles
Previous

“Il gusto del diavolo” di Paolo Vismara

Next

“Quel posto che chiami casa” di Enrico Galiano

No Comment! Be the first one.

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

  • Facebook
  • Instagram
  • YouTube

Most Viewed Posts

  • HACHIKO – memorie di una troia: volgarità d’autrice (Aleister Rush) (21.673)
  • Guida rapida per diventare un intellettuale del lametino. 10 semplici mosse (Salvatore Giuseppe Di Spena) (2.172)
  • Tony Pitony – Tony Pitony: Come inciampare con stile (Aleister Rush) (1.780)
  • Ghiannis Ritsos. La poesia contro la dittatura. (Francesco M.) (1.358)
  • La Casa dove gli incubi si realizzano, Shirley Jackson e “L’incubo di Hill House” (Emanuela Stella) (1.351)
  • Nuova Bella, 230 metri sul livello del mare | Storie di Provincia (Salvatore Giuseppe Di Spena) (1.214)
  • “Caro Professore Ordine, quando ci facevi lezione tu…” lettera da un giovane vecchio studente (Domenico Benedetto D'Agostino) (1.088)
  • Sul teatro e sull’arte. La funzione catartica dell’arte e quella alienante dei moderni mezzi espressivi (Davide De Grazia) (983)
  • La “sans par”, la donna più bella del Rinascimento: Simonetta Vespucci (Emanuela Stella) (971)
  • Il quartiere Bella in un racconto dell’Ottocento (Salvatore Giuseppe Di Spena) (931)
Copyright 2026 — manifestblog. All rights reserved. Blogsy WordPress Theme