CALMI – Una comune esperienza umana: da dolore a musica
Con l’arrivo delle temperature più miti uno dei miei hobby preferiti, come potete immaginare, è quello di sorseggiare il mio caffè e mettermi alla ricerca di qualche nuovo disco da ascoltare.
Quando poi ti trovi di fronte a un titolo come Una comune esperienza umana, diventa praticamente impossibile fermarsi. È uscito nel 2023, 25 minuti circa compressi in 11 tracce che incarnano alla perfezione il concetto espresso nel titolo: siamo tutti fottuti allo stesso modo, ma CALMI lo canta meglio.
Chi cazzo è CALMI (e perché dovresti conoscerlo)

Se siete degli assidui lettori delle mie pubblicazioni settimanali, in realtà già avete sentito CALMI. Dietro progetto infatti c’è Fabio Copeta. Sì, quello dei Giallorenzo. Sì, quello dei Malkovic.
Dalla provincia di Brescia, porta qualcosa che nella scena emergente italiano mancava: seppellire la propria voce sotto valanghe di distorsione, riverberi come fanno già oltreoceano. Mentre tutti cercano di essere il nuovo Calcutta con la voce bella pulita in primo piano, lui fa l’opposto. Si nasconde. E paradossalmente, nascondendosi, risalta di più.
Aspetta, devo spiegarti meglio questa cosa della voce. Perché è qui che tutto cambia.
Quando il lo-fi diventa una scelta esistenziale
Se sei abituato al mainstream o ascolti quello che ti propina la radio mentre sei al supermercato, qui troverai qualcosa di completamente diverso. Il suono è volutamente sporco, casalingo. Ma non nel senso del “registro così perché suona vintage e fa figo”.
No, questo disco suona disturbato nel vero senso della parola: come se tra te e la musica ci fosse sempre qualcosa in mezzo. Un vetro appannato, quella sensazione di ovattato che rende tutto unico. Il lo-fi qui non è un’estetica, è una necessità. È come se Fabio avesse registrato i suoi dialoghi interiori senza filtrarli, lasciando dentro tutto il rumore di fondo della mente.
Quella sensazione di ovattato non è un difetto: è esattamente come suonano i pensieri quando non riesci a metterli a fuoco.
Ma lascia che ti spieghi meglio.
Overthinking e dialogo interiore
Ascoltando e riascoltando questo disco, mi sono convinto che ci sia una storia precisa nascosta tra le tracce. Non so se Fabio l’abbia pensata così, ma è quello che ci ho letto io. E ve la racconto.
Primo atto: Lo svuotamento
Il disco si apre con Non lo so, ed è già tutto lì: l’overthinking post-rottura, quando al supermercato non compri più quello che piaceva al tuo ex ma ci pensi comunque. È quel dialogo interiore disturbato che ti fotte mentre fai le cose normali.
Poi arriva Parket. La casa è vuota ma nelle buste dei ricordi c’è ancora tutto. La voce praticamente scompare sotto gli strumenti, come quando cerchi di ricordarti i momenti belli ma ti arriva tutto ovattato, distorto.
Oki chiude quello che per me è il primo blocco narrativo: la presa di coscienza che bisogna ripartire.
Ma c’è qualcosa nei titoli delle tracce successive che mi ha fatto pensare a un secondo movimento.
Secondo atto: Le domande senza risposta
Tu sei il mio giovedì – già dal titolo capisci che stiamo entrando in territorio emotivo complesso. Cosa cazzo significa? È proprio questa ambiguità che ti prepara a quello che viene dopo.
Xke arriva con tutte le domande che non dovremmo più farci ma ci facciamo comunque. Perché è successo? Perché proprio così? È di nuovo overthinking che diventa musica.
Comincia sempre tutto con un senso di vomito – il titolo dice tutto. È quel malessere fisico che accompagna il loop mentale, quando i pensieri ti girano nello stomaco.
E poi, nella mia lettura, succede qualcosa di inaspettato.
Terzo atto: Il nuovo equilibrio scomodo
La spesa di casa segna una svolta: entra un’altra persona, improvvisamente a gamba tesa. Vede la casa/anima devastata ma decide di restare. È un cambio di registro emotivo che si sente anche nel suono.
Convivere. Ecco il pezzo più complesso del disco. Sei felice per questa cosa nuova ma sei ancora ferito. Il crescendo non è epico, è ansioso. È quel momento in cui realizzi che nonostante le cose abbiano preso una svolta positiva, resti comunque rotto.
Cuscino e Scomodo chiudono il cerchio. Il cuscino, oggetto intimo per eccellenza, diventa simbolo dello smarrimento. Riconosci il tuo spazio ma ha un sapore diverso. Tutto è agrodolce, tutto è scomodo. E lo accetti così.
È una storia di elaborazione del lutto emotivo in tempo reale. Dal vuoto iniziale, attraverso le domande ossessive, fino a un nuovo equilibrio che non è mai completamente confortevole. Una comune esperienza umana, appunto.
Tipo Dischi e l’etichetta degli amici
L’album è uscito per Tipo Dischi, l’etichetta di Pietro Raimondi (sì, l’altro dei Giallorenzo). È bello quando gli amici credono in te da sostenerti. È ancora più bello quando il disco dimostra che avevano ragione.
Non c’è stato un grande lancio, niente PR, niente hype. Il disco esiste e basta, come quelle band che scopri per caso su Bandcamp alle 3 di notte e che ti cambiano la vita.
E poi c’è il momento in cui questo disco ti colpisce davvero. Perché c’è sempre un momento giusto. O sbagliato, dipende.
Sto scrivendo questo mentre fuori piove. È il momento perfetto per ascoltare “Una comune esperienza umana”. O il peggiore, dipende da come stai messo.
L’autunno ti costringe all’introspezione. Non puoi più scappare al mare, al parco, in giro. Sei chiuso dentro, con te stesso, con i tuoi pensieri. E questo disco è la colonna sonora perfetta per quei momenti in cui realizzi che no, non sta andando tutto bene, ma almeno non sei solo.
Una comune esperienza umana (appunto)
Il titolo del disco è perfetto nella sua semplicità. Non promette risposte, non offre soluzioni. Dice solo: questa merda che stai vivendo? È normale. È umana.
E a volte, sapere che qualcun altro ha toccato il fondo del barile è quasi un sollievo. Una comune esperienza umana è uno di quei dischi che ti farà sentire meno solo e può cullarti proprio in quei giorni d’autunno, mentre sei assorto nei pensieri e guardi fuori ed è già buio.
Non hai finito di deprimerti
Se “Una comune esperienza umana” ti ha lasciato qualcosa, ho altre frecce al mio arco:
Gli hey, nothing con i loro 17 minuti di Midwest Emo che parlano delle stesse ansie, ma con l’accento americano. [Leggi qui →]
Se è invece una giornata mesta, i Post Nebbia potrebbero farti sentire in colpa e svegliarti da questo loop che ti porta a sprofondare nel divano aspettando che cambi qualcosa. [Leggi qui →]
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Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
