Saya Gray – Saya: tra strumenti, sentimenti e l’amore complicato
Vi è mai capitato di essere innamorati? Sono sicuro che un po’ tutti noi, a modo nostro, abbiamo amato, e magari anche follemente. L’amore. È uno dei temi più battuti nei film, nei libri, nei fumetti, nelle opere d’arte in generale. Insomma, tutte le forme di espressione artistiche ci hanno messo lo zampino, e la musica non fa certo eccezione. Per i meno attenti: potrei star qui ad elencarvi almeno un milione di album che parlano d’amore (nel senso più romantico del termine). Ma insomma, se non avete vissuto sotto una roccia negli ultimi anni, sapete bene quanto la scena dell’IT-POP (sì, IT-POP, non Indie come è comunemente inteso nel resto del mondo) ci abbia bombardato con una canzone d’amore dietro l’altra.
Ora, non che io sia proprio fortunato in amore, chi mi conosce lo sa. Le mie storie non sono finite benissimo. Un problema di noi, ultimi romantici. Ma oggi mi sento teenager e credo di poter condividere senza troppa vergogna la mia nuova crush: Saya Gray.
E direte: CHI? Magari i più curiosi potrebbero chiedersi: Ma esattamente da dove l’hai tirata fuori questa Dea nippo-canadese?
Non starò qui a svelarvi i miei segreti (Per ora. Forse un giorno… quando non piove tanto…) ma sta di fatto che ho scoperto questa artista con il suo secondo album in studio. Sto per raccontarvi di: Saya.

Saya Gray ha scritto questo disco dopo essersi liberata di un’onda emotiva che l’ha tenuta in scacco per un po’. Una storia complicata e tossica, che l’ha portata a prendersi una pausa da tutto e partire per il Giappone nell’autunno del 2023 per ricollegarsi con le sue origini. Si stacca da tutto, si prende una pausa per rimettere a posto la testa. E così, senza legami e con la sua chitarra in macchina, si è fatta un viaggio in solitaria, pronta ad affrontare il futuro senza quei pesi che le gravavano addosso per scrivere un disco che raccogliesse tutto il caos di ciò che aveva vissuto, ma trasformandolo in qualcosa di più chiaro, coeso, e profondamente personale. Invertendo totalmente il suo processo creativo che caratterizza fortemente la riuscita di questo disco.
..Thus Is Why (I Don’t Spring 4 Love) apre il disco, stabilendo subito delle basi solide e originali. Fin dai primi secondi, emergono chiaramente tutte le influenze musicali con cui l’artista è venuta a contatto, che si mescolano perfettamente nella scrittura del brano. Nonostante le tante influenze, il pezzo mantiene il suo stile unico. Le voci e i cori, curati con maestria, sono arricchiti da effetti che si fondono perfettamente con l’atmosfera malinconica. Così, percepiamo la pesantezza e la delusione di una storia d’amore sbilanciata. Saya mostra la sua solitudine e la consapevolezza di una relazione mai equilibrata, con due pesi e due misure.
Shell (Of A Man) lascia spazio a una chitarra country, segnando il momento in cui si prende finalmente una decisione. La consapevolezza di non riuscire più a tollerare certi atteggiamenti, di vivere in un passato che non esiste più, porta Saya a passare finalmente all’azione: decide di prendere una posizione e di interrompere la sua difficile storia con l’ex, affermando: “This will be the last song about you and your voodoo doll fetish“. Ovviamente, mentendo.
Line Back 22 inizia con un’atmosfera che ci porta direttamente al momento della separazione, dove si evidenzia l’esigenza che ognuno debba raccogliere le proprie cose e prendere la propria strada, senza però lasciare in secondo piano la forte delusione. Poi arriva un cambio di registro. Non c’è altro testo in questo brano, solo una parte strumentale che, con il suo ritmo incalzante e ansioso, riflette perfettamente lo stato d’animo agitato di chi si trova di fronte a una situazione complicata. Questo pezzo si lega perfettamente con il successivo.
Puddle (Of Me) torna a una sonorità simile a ..Thus Is Why (I Don’t Spring 4 Love), con Saya che riprende a parlare del suo ex e delle sue bambole voodoo. Esplora le dinamiche di dipendenza emotiva e manipolazione all’interno della relazione e enfatizza la sensazione di annullamento e sottomissione, dove Gray si sente ridotta a un’ombra, sempre disponibile per poi essere sacrificata per l’altro, sentendosi un oggetto nelle sue mani.
How Long Can You Keep Up A Lie? è probabilmente la traccia più delicata dell’album. Con una dolcezza che sfiora la sofferenza, il brano tocca l’anima, esplorando la battaglia interiore fatta di sensi di colpa e pensieri intrusivi tipici di queste situazioni e come il conflitto tra l’ossessione per l’altro, la consapevolezza del danno che questa ossessione causa, e il desiderio di liberarsi dal dolore e dalla rabbia.
Cats Cradle! è un breve intermezzo che ci prepara alla parte successiva dell’album. Per quanto breve, la parte di voce campionata rimane comunque molto particolare per la cura che Saya ci ha messo.
10 Ways (To Lose A Crown) non sono altro che metafore per errori o scelte che potrebbero minare la propria stabilità emotiva. Quel conflitto tra desiderio di amare e paura di essere ferito, e la voglia di intraprendere un percorso di crescita e consapevolezza, mettendosi in discussione e non sapere più come amare veramente a causa delle sue esperienze precedenti.
H.B.W. che sta per Heartbreak Wave, è il termine usato per descrivere gli alti e bassi emotivi che seguono una rottura. In parole povere, è una montagna russa emotiva. Con questo pezzo, Saya rende vivida e chiara la sensazione di questo stato d’animo grazie a distorsioni che dominano l’intero brano, saturando l’aria e creando una sensazione soffocante. L’immagine del cimitero emotivo è fortissima, aumentando il senso di disconnessione dalla realtà quando una storia importante finisce. Il mio pezzo preferito del disco, non a caso.
Exhaust The Topic è un altro pezzo che mi ha stregato, con la sua potenza emotiva. Il disorientamento, la lotta per trovare un senso di direzione e di appartenenza. La ricerca costante, non solo dell’amore, cercando qualcosa che possa colmare quel vuoto interiore che, nonostante si provi ad andare avanti e riempirlo in qualche modo, alla fine torna sempre.
Lie Down… è la degna conclusione dell’album, chiudendo il cerchio nel modo migliore possibile. Saya finalmente è centrata, con il desiderio di dimostrare il proprio valore e, dopo aver attraversato il suo dolore e il suo passato, la voglia di rimettersi in gioco.
Un album molto variegato. Nonostante il tema pesante, esprime il meglio di sé senza limiti. Saya gioca con tutti i suoi strumenti a disposizione. Non ci si trova volutamente inquadrati in un genere ma è un continuo sperimentare per tutti i suoi 39 minuti e 10 secondi, in un vero H.B.W. dove mi è stato facile empatizzare con Saya Gray e rivivere certe sensazioni che hanno albergato in me per diverso tempo, rendendomi semplice cogliere tanti dettagli. Spero di avervi fatto almeno avvicinare alla potenza espressiva di questa donna e di questa grandissima artista. Forse io e lei non siamo poi così diversi (e fortunati). Se volete approfondire di più su Saya Gray potete sostenerla su Spotify e sul suo Bandcamp!
Donzelle, ora, se volete farmi soffrire, sapete dove trovarmi e che tasti toccare.
Se cercate nuovi ascolti, avete tanto da recuperare qui!
Da vostro ultimo romantico.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
