L’emo è morto? Forse è il momento di ascoltare hey, nothing
Un pesantissimo venerdì pomeriggio quello della settimana scorsa: nessun messaggio, nessuna chiamata. Le ore scorrevano lente, e dopo il lavoro le sentivo particolarmente vuote. Mi chiedevo cosa avrei potuto fare per ingannare il tempo. Così, vado al PC, metto le mie amatissime e preziose cuffie e, mentre aspetto l’ora di cena, mi imbatto in un singolo con un suono che mi riporta indietro di anni. Un tuffo in un’epoca che avevo quasi dimenticato.
Li ricordate gli emo, no?
Lunghe frange nere piastrate che coprivano metà del volto, jeans attillati, eyeliner marcato e un costante senso di struggimento adolescenziale. Sì, loro. Quelli che erano in fissa con i My Chemical Romance. Quelli che, nel 2007, hanno fatto vincere ai Tokio Hotel il primo (e unico) premio Digital del Festivalbar.
Poi, improvvisamente, molti di loro sono spariti. Ormai sembrano una specie così rara che anche il genere – soprattutto nel panorama italiano – pare essersi estinto. E con lui, quel look stravagante che caratterizzava l’archetipo emo.
E se vi dicessi che oggi, nel 2025, oltreoceano la scena è ancora viva?
Per dare vita a un progetto emo, a volte, bastano due amici, due chitarre e i problemi di adolescenti o neo ventenni. Ad Atlanta, Georgia, un duo si è fatto notare: si chiamano hey, nothing.
Non hanno frangettoni, non hanno eyeliner, né trucco. Non hanno nulla che possa ricondurli all’immagine che abbiamo stampata in testa degli emo. Sono due semplicissimi ragazzi: magliette o felpe e un jeans normalissimo. La loro musica, invece?
Be’, facciamo un tuffo e vediamo cosa ci stiamo perdendo.
Il singolo che mi ha portato ad approfondire il duo è stato Waiting Room. Per un attimo mi sono sentito di nuovo quel ragazzino, l’unico che aveva deciso, a undici anni, di farsi crescere i capelli. L’unico, tra i miei compagni di classe, che iniziava a nutrire qualcosa in più per la musica, che muoveva i primi passi in una scena alternativa… e ne sentiva un richiamo fortissimo. Con questo pezzo, ho risentito quelle stesse sensazioni.
Poi ho scoperto Maine, il loro EP dell’anno scorso che mi ha letteralmente stregato.
L’EP si propone come la raccolta dello spaccato di vita e delle esperienze personali di Tyler e Harlow. Quando hanno pubblicato su Instagram la data di uscita di Maine , scrivendo: “L’anno scorso, tra fine luglio e inizio agosto, siamo andati in viaggio nel Maine per rilassarci e meditare su ciò che stava accadendo nelle nostre vite. Non avevamo mai programmato di scrivere nessuna di queste canzoni, ma appena siamo arrivati, sono sgorgate fuori. Queste sono le canzoni più vulnerabili che abbiamo scritto finora e sapevamo di voler aspettare di essere sicuri che le persone giuste le avrebbero ascoltate prima di pubblicarle”. Tenendo presente questa vulnerabilità, ha senso il motivo per cui Maine è il nome di questo EP.

THE SINK è il primo brano in scaletta, ed è stato anticipato per la prima volta su TikTok, catturando subito l’attenzione della community Midwest Emo e Indie Rock. Parla delle difficoltà nello stare accanto a una persona con una patologia psichiatrica: nonostante i farmaci, rimane intrappolata in un contesto tossico, senza reali miglioramenti, continuando a farsi terra bruciata intorno e a sabotarsi. Il pezzo si regge su una base di percussioni minimal ma efficaci, che lasciano spazio alle chitarre e ai cori, capaci di esaltarsi a vicenda, specialmente nello stacco del litigio verso i tre quarti della traccia.
TIMELINE è il brano più malinconico dell’EP. Sono sicuro che ognuno di voi ha avuto quella persona speciale nel cuore, che sapevate quanto valesse, ma che avete incontrato nel momento sbagliato e questo vi ha portati a un epilogo doloroso. Quante volte non siete riusciti a trovare le parole giuste? Quante volte avete ripensato a quelle conversazioni sotto la doccia, immaginando un finale diverso? Timeline è una fotografia di quei momenti, e se ascoltata con attenzione, arriva dritta all’anima.
PIECE OF YOU, a mio parere, è il brano più debole a livello di testo tra i quattro, ma resta comunque interessante. Il sound sporco, il fruscio delle registrazioni e le imperfezioni nella voce evocano la loro cameretta: registrare con le note vocali del cellulare diventa, paradossalmente, una scelta vincente — almeno per quanto riguarda la melodia.
MAINE, la title track, chiude questo brevissimo viaggio. È un brano che racconta non solo il loro viaggio nel Maine, ma anche un percorso riflessivo. Ci ricorda che possiamo sentirci a casa anche in luoghi sconosciuti e che, dopotutto, viaggiare e scoprire posti nuovi può far emergere parti molto intime di noi, inaspettatamente.
In conclusione, Maine degli hey, nothing è un crescendo continuo: fresco, intimo e dolce. La fragilità e la penna dei due ragazzi sono più che tangibili, e riescono ad arrivare a chiunque. Ma se pensate che siano due ragazzi tristi, vi sbagliate di grosso: nel live registrato e postato su Audiotree si vede chiaramente che, nonostante i testi mesti, si divertono e si lasciano trasportare dalla musica in modo genuino. Durante la prossima pausa caffè sfruttate questi 17 minuti e 14 secondi e lasciatevi sorprendere da un genere che forse avete lasciato vent’anni fa e sentitevi di nuovo giovani insieme a loro. Io intanto continuo a dare la caccia a nuovi dischi da raccontarvi.

Se cercate nuovi ascolti, avete tanto da recuperare qui!
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
