“Quel posto che chiami casa” di Enrico Galiano
“I danni peggiori non li fa un minuto di sana follia, ma anni e anni di folle buonsenso”
Veronica, detta Vera, non è mai stata sola. Da quando è bambina, una voce l’accompagna ovunque: è quella di suo fratello Cè, morto quando lei aveva quattro anni. È una voce ironica, capace di regalarle pensieri stravaganti, però, quando vuole, sa diventare anche tagliente e severa. Ma chi era, davvero, Cè? Per i genitori è stato il figlio perfetto, per Vera il modello a cui paragonarsi. Ogni scelta, però, è, per lei, un confronto impossibile, persino quella di studiare giurisprudenza: lo fa per sé stessa o per inseguire un fantasma? Per fortuna con lei c’è Ginevra, detta Gin, la sua migliore amica, che trova sempre il modo per farla ridere e sentire meno strana.
Un giorno, però, accade qualcosa di inspiegabile: Vera sa che non dovrebbe dare ascolto alla voce di Cè, eppure decide di mandare tutto all’aria e di inseguire una coccinella dietro i cancelli della clinica Villa della Quiete. È proprio qui che incontra Francesco, un ragazzo che sembra conoscerla più di chiunque altro, forse l’unico che può aiutarla a scoprire il segreto che la sua famiglia tiene nascosto da anni. Perché Francesco le insegna una cosa semplice, ma difficilissima da accettare: Vera non è folle, è soltanto viva, ed essere vivi, a volte, non è poi così diverso dall’essere pazzi.
È questa la trama dell’ultimo meraviglioso romanzo di Enrico Galiano, “Quel posto che chiami casa”, edito da Garzanti. Una storia forte, un viaggio nei segreti che ci portiamo dentro, nella voce che ci spinge a diventare chi siamo davvero.
Ho letto tutti i libri del professor Galiano e credo che questo sia il più intenso, il più intimo, il più profondo. Ho da poco girato l’ultima pagina e ho salutato i protagonisti con un sorriso intriso di commozione. Vera è stata nel mio cuore sin dalle prime righe… la sua paura di guardarsi allo specchio, il suo timore di deludere gli altri, “il suo tacere che era pur sempre un dire” e “il suo nascondersi un mostrarsi” sono stati, per molto tempo, anche i miei.
Vera prova a camminare su una strada già tracciata perché, fin da bambina, ha imparato a “non voler pesare, non disturbare, non fare rumore” e, per tanto tempo, ci riesce, è brava a ingannare gli altri, ma soprattutto è brava a mentire a sé stessa. Ottimi voti a scuola, la Facoltà che rende fieri i suoi genitori, Edoardo Gambaro, il ragazzo perfetto con cui costruire un futuro radioso. È proprio vero che “la strada per l’infelicità è lastricata di sguardi d’approvazione”… Vera lo sa, eppure, per gran parte della sua vita, non riesce a scendere da questa giostra, finché, un giorno, si rende conto che sta andando troppo veloce anche per lei che è diventata una campionessa di equilibrismo!
E allora qualcosa dentro inizia a parlarle, è una voce familiare, un timbro conosciuto, un’assenza che sa farsi presenza perché ci sono persone che “sono ancora qui, anche se non ci sono più, soprattutto da quando non ci sono più”. Vera, all’inizio, non comprende e pensa che tutto ciò sia solo frutto della sua immaginazione, poi, però, le coincidenze sono davvero troppe per essere soltanto un prodotto della sua fervida fantasia.
Vera si convince che Cè sia tornato, non sa come sia possibile, ma sa che è così. Suo fratello “era lì, si nascondeva, ma c’era”. Ed è così che Vera, finalmente, inizia a sbagliare, anzi, a fare la cosa giusta! Ed è difficile, è una strada tutta in salita perché “nessuno ti chiede mai cosa provi mentre fai un errore”, tutti ti chiedono soltanto come mai lo hai fatto. E, in realtà, non c’è un motivo… non si sbaglia con l’intenzione di farlo, spesso non si feriscono gli altri di proposito, è il cambiamento ad essere doloroso e “quando cominci a sapere cosa vuoi, c’è sempre qualcuno a cui fai del male”.
Vera si trasforma e, insieme a lei, lo fa anche il lettore, cambiando idea, punto di vista, sentimenti.
Ci si perde e ci si ritrova in questa storia forte che fa crollare ogni difesa e fa capire quanto sia necessario il perdono, il nostro prima di tutto, quello verso noi stessi, perché “a volte le cose si rompono da sole”, non possiamo sentirci sempre colpevoli, non possiamo continuare a vivere un’esistenza tiepida, non possiamo perseverare nell’errore di “fissarci più sugli assenti che sui presenti”, di “vivere per chi non c’è e non per chi c’è”.
Forse soltanto così, dopo aver riscoperto noi stessi, possiamo trovare, finalmente, il posto che chiamiamo casa.
Buona lettura a chi ha imparato “che stare con qualcuno sia un po’ come suonare insieme. Si possono, anzi, si devono, suonare strumenti diversi, ma bisogna andare a tempo”.
Buona lettura a chi sa che “la delusione è un veleno strano, perché per metà ti ammala e per metà ti cura”.
E infine buona lettura a tutti coloro che si chiedono se chi non c’è più, continui a restare perché lo vuole o soltanto perché noi non riusciamo a lasciarlo andare.
PS: grazie Enrico, grazie perché il tuo libro, per me, è stato catartico. Grazie perché mi sono sentita Vera molte volte nella mia vita e so quanto faccia male “non riuscire a lenire un’assenza”. Grazie perché anch’io ho combattuto con “Carmelo”, una battaglia difficile con cui, a volte, continuo a fare i conti. Grazie perché leggere questo romanzo è stato complicato, ma necessario. Grazie perché anche tu ti sei messo a nudo regalandoci una storia unica che rattrista e consola al tempo stesso. E infine grazie per avermi insegnato che “il mondo giudica folle tutto ciò che non capisce”, ma che le anime gentili, fragili e forti, come le nostre, forse sono qui proprio per fare la differenza.
ALESSANDRA D’AGOSTINO
Sono una prof di Lettere appassionata e sorridente! Amo insegnare, leggere e scrivere recensioni, racconti e poesie che, spesso, hanno ricevuto pubblicazioni e premi letterari nazionali. Il mio motto è: "Se la fatica è tanta, il premio non sarà mediocre"... La vita mi ha insegnato che Giordano Bruno non si sbagliava!