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AgendinaBiblioteca

Incontri Bestiali. Presentazione del libro di Giuseppe Paolillo

By Davide De Grazia
20 Luglio 2016 4 Min Read
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Domenica 17 luglio, Lamezia Terme, parco dei Dossi Comuni. È una giornata di luglio fresca e la cornice sembra essere quella di fine estate quella che stiamo vivendo. La temperatura è insolitamente bassa e più che nel parco delle biodiversità dei Dossi Comuni di Lamezia Terme, sembra di trovarsi in qualche parco silano. Come sempre l’atmosfera è rilassata, parlare di natura allenta i nervi o forse sono le persone qui presenti nella capannella di legno che ispirano tranquillità. Ho sempre notato che coloro che sono costantemente in contatto con la natura sono persone più serene e forse felici, dei moderni Indiana Jones che invece della ricerca dei resti di antiche civiltà, sono alla ricerca di vecchi sentieri o di specie animali, ritenuti scomparsi, o forse solo mai avvistati, monumenti talora intatti ma molto spesso devastati di una male intesa modernità. È certamente un moderno Indiana Jones l’avvocato Bevilacqua che da decenni gira in lungo e in largo i monti della Calabria, ripercorrendo gli antichi sentieri di una civiltà contadina ed errante ormai estinta. È stato uno dei pionieri dell’escursionismo calabrese, ha scritto numerosi libri sull’argomento, e devo ammettere che anche il sottoscritto, autore di questo breve articolo, ne è stato influenzato. Per questo quando so che sarà lui a introdurre il libro “Incontri Bestiali” di Giuseppe Paolillo non rimango per nulla sorpreso, trattandosi di un libro naturalistico che narra degli incontri con la fauna calabrese (troppo spesso sottovalutata) del suo autore, tra i primi attivisti del WWF Calabria insieme allo stesso Bevilacqua. Secondo quest’ultimo «il libro di Paolillo è scritto bene. Tratta degli incontri dell’autore con animali che non hanno nulla di esotico ma non per questo di scarsa importanza. Purtroppo in televisione si parla troppo di animali provenienti da territori a noi lontani. Questo non è stato e non è un bene perché allontana i giovani dai nostri boschi, spingendoli lontano a ricercare quella bellezza che magari è veramente sotto casa».

A questo punto la parola passa all’autore che scorre una lunga carrellata di foto da lui stesso scattate riguardanti la fauna dei nostri boschi. Paolillo gioca molto con i pregiudizi prevalenti, ribaltandoli puntualmente e facendoci capire come molto spesso essi sono fondati su false credenze. La civetta che secondo la tradizione sarebbe un animale portatrice di sfortuna è in realtà un animale simpaticissimo, che prospera nei nostri boschi e che era sacro alla dea Atena. E poi i maledetti serpenti. Essi qui da noi sono per lo più innocui. Solo la vipera ha una certa pericolosità, ma in realtà si contano rarissimi casi di suoi morsi mortali, al contrario è molto utile perché si nutre dei potenzialmente dannosi piccoli roditori. Altri animali che si trovano in abbondanza nell’ecosistema calabrese sono i gechi da non scambiare con le salamandre dagli occhiali che sono invece degli anfibi, specie quest’ultima presente tra l’altro solo in Italia.

Tra gli altri animali calunniati ci sono i rospi e i pipistrelli. Se per i primi è vero che hanno delle ghiandole velenose (ma non sputano assolutamente veleno), per i secondi non è vero assolutamente che si aggrappano ai capelli o che succhiano il sangue come vampiri. Per la verità esistono specie ematofaghe (cioè che si nutrono di sangue), ma sono presenti solo nel centro-sud America. Questi sono tutti animali, spesso bistrattati dalla cultura popolare, che sono invece utilissimi, in quanto hanno un ruolo fondamentale nell’equilibrare i rapporti tra le specie del sottobosco mediterraneo, con conseguente utilità anche per l’uomo.

Poi c’è il capitolo delle tartarughe da palude, da non confondersi con quelle che sono vendute alle fiere, specie non autoctone, da non immettere nell’ambiente per non permettere un loro eccessivo proliferare in un ecosistema che non è il loro, con conseguenti danni apportati ad altre specie. Oltre alle tartarughe di palude ci sono anche le tartarughe marine qui in Calabria. Purtroppo la loro sopravvivenza molto spesso è precaria, pur essendo la Calabria la regione italiana in cui esse nidificano di più, perché rimangono vittime della pesca intensiva nei nostri mari, con le reti a strascico o peggio ancora con gli ami. I pescatori infatti hanno la cattiva abitudine ributtarle in acqua senza che l’amo gli venga levato, consegnandole in tal modo ad una lenta e lunga agonia.

Un animale invece che ci evoca avventure nelle immense distese marine oceaniche e che non ci aspetteremmo mai di ritrovare nei nostri mari, è il Capodoglio. Esso è il più grande predatore sulla Terra. Riesce ad inabissarsi sino a tremila metri di profondità ed è campione di apnea, riuscendo a non emergere per oltre un’ora e mezza. Tra gli altri record che detiene, è l’unico animale marino che riesce a fronteggiare il Calamaro Gigante. Rimanendo nell’ambito dei grandi predatori, nei nostri mari sono avvistati anche delle specie di squali, le verdesche. Molto spesso bistrattati anch’essi per la loro presunta pericolosità, nel mondo non si contano più di una decina di attacchi mortali all’anno.

A questo punto passiamo alle conclusioni di Bevilacqua. Egli sostiene che se è vero che gli animali sono degli assassini, essi sono degli assassini innocenti, che uccidono solo per ragioni biologiche dettate dall’istinto (d’altra parte pure l’uomo si ciba di altri animali). L’uomo invece uccide nonostante la ragione e non per mera sopravvivenza.  Siamo dunque sicuri di essere veramente la specie superiore o di non essere invece la specie animale più terribile e mostruosa, i veri mostri, mai apparsa sulla faccia della terra in miliardi di anni di evoluzione?

Letto: 3
Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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