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Approfondimenti

Il curriculum, ovvero nuove forme di selezione, nei rapporti interpersonali

By Davide De Grazia
6 Aprile 2018 3 Min Read
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Ormai è da tempo che non posto più le mie riflessioni. Non so se sia un atto di maturità e una presa di coscienza circa l’inutilità delle piattaforme social per esporre i propri pensieri più reconditi e profondi. Ciononostante, è il caso di rompere questa convenzione, almeno per una volta, almeno per oggi. Tutto sommato è sempre un mezzo di espressione, internet, pur nella sua velleità e volatilità. La tecnologia non è sempre e solo moltiplicazione di alienazione, ma può assurgere al ruolo di motore espressivo e di contagio.

Ebbene, oggi, siamo arrivati al paradosso che le persone si giudicano in base al loro curriculum. Questo strumento infatti se può essere utile in campo lavorativo, per selezionare al meglio il personale (e non lo è nemmeno sempre lì), si sta diffondendo anche nel campo dei rapporti interpersonali. Sono le classiche domande, di che ti occupi, che fai nella vita? Veramente odiose e superficiali, è come se la propria esistenza si possa racchiudere in poche parole, nelle sole attività svolte o nella propria professione.

Il lavoro infatti in una società alienata, non è che è un mezzo di alienazione, ovvero quanto di meno possa descrivere ciò che siamo. Poi, certo, se dietro questa domanda c’è un altro intento, vale a dire quanto guadagni, che possibilità economiche hai, di quanto prestigio e potere disponi, alzo le mani. Sono cose che davvero non mi interessano e non mi sono mai interessate. Uno perché non è detto che un avvocato o un medico, anche se buoni professionisti, siano delle ottime persone. E due perché anche ad un disoccupato o inoccupato, non si può negare la possibilità di rioccupazione anche tardiva. Non è che uno arrivato sulla soglia dei 30 anni senza il lavoro fisso è un elemento da scartare. Se mai è vittima di una situazione sociale ed economica ingiusta che non gli ha permesso di allocarsi. È quindi una sconfitta della società non solo sua.

Ma non è finita qui la mia riflessione, se fosse così sarebbe troppo semplice e semplicistica. No, non mi sta bene che la bieca pratica del curriculum si sia diffusa nei rapporti interpersonali. Essi dovrebbero appoggiarsi su ben altri valori che non siano quelli strettamente economici. Infatti, in una collettività utopica, sarebbe forse il caso di chiedere, invece:

«Quanto sai amare?»

«Quanto sentimento, quanta amicizia, quanto amore, quanta fratellanza sei disposto a dare?»

«Quanto rispetto?».

Insomma, la questione è tutt’altro che materiale. Il discorso materiale infatti è concepibile soltanto quando letteralmente si sta morendo di fame e anche lì è pericoloso. Io sognerei all’opposto di vivere in una società dove non solo il discorso della sussistenza economica sia stato superato, dove ci sia lavoro per tutti, e dove un operaio disponga di pari dignità di un primario, ma una società che superata la questione materiale nel senso dell’eguaglianza, possa davvero dare modo all’uomo di evolversi spiritualmente verso l’amore libero e l’amicizia. Invece purtroppo devo dire che si va in una direzione completamente opposta.

Ciò se, da un lato, mi procura molta amarezza, dall’altro, però, mi da un’enorme forza. Infatti, quello che spaventa ed atterrisce non è il mostro, ma il drago che non vediamo. Quello di cui sentiamo l’odore, e l’alito fetido sulla spalla. Una volta che lo spirito del tempo, il profitto, il guadagno, il potere economico e sociale, sarà messo con le spalle al muro e illuminato, esso non atterrirà più. Sarà solo un patetico tiranno, che pur resistendo per un po’, apparirà nudo, ridicolo, appunto un tiranno.

Abbiamo ucciso un Dio, decapitato il Re e volete che ora anche questo serpente, non verrà schiacciato? Forse non lo vedrò io, ma accadrà.

E pazienza se la storia è un continuo susseguirsi di idoli che a momenti assumono la forma di Dio. Forse è solo la continua ricerca dell’uomo che prova ad afferrare la sua ombra, dimenticando che l’ombra non esiste se non come cono di luce di sé stesso.

 

Letto: 7
Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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