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Letto tutto d’un fiato quest’estate, La casa sull’altopiano di Giulia De Sensi mi ha lasciato quella strana – ma ricorrente nelle cose belle della vita – sensazione di mancanza nello stomaco. Da subito, allora, mi son chiesto quali fossero gli elementi che più di altri avessero provocato in me la passione per questo libro. Beh dunque in sintesi ecco perché questo libro mi piace.

Mi piace l’atmosfera che si respira dalla prima all’ultima pagina. Fin dal titolo sono chiari alcuni tra i protagonisti principali del romanzo: una casa, non a caso scritto in rosso, e un altopiano. Infatti questi due elementi si personificano; Giulia li tratteggia con uguale delicatezza e dimestichezza con le quali scolpisce le figure vive che si muovono all’interno di essi.

Mi piace, quindi, come Sandro e Anna – un mancato artista, osservatore di professione lui, eterea, delicata e fragile lei – vengano calati alla perfezione da Giulia nei luoghi del romanzo. L’altopiano è archetipo di tutti quei luoghi che, per ragioni a volte anche ignote. ci attraggono inesorabilmente. Non è possibile fuggire da esso. Come per Anna e Sandro sembra impossibile fuggire da loro stessi. Anna da una certa fissità, regolarità esistenziale, che però non è mai statica, e Sandro da quel vortice quotidiano di finto dinamismo, anche intellettuale, tanto simile alla maggior parte delle vite medio-borghesi di oggi. Eppure entrambi seguono due percorsi che ben presto si incontreranno, anzi, visto che la vita non è mai da sottovalutare, due percorsi che erano già diventati una sola cosa a loro insaputa.

Mi piace quest’atmosfera fredda di montagna, quest’aria rarefatta, questi luoghi e questi campi coltivati che appaiono quasi inavvicinabili. Potrebbero, forse, rappresentare una Sila? Un Pollino? Un Aspromonte? Non ha importanza, anzi, più rileggo di quest’altopiano, più esso mi sfugge, più s’allontana dalla mia realtà terrena, pur rimanendo allo stesso tempo un locus amoenus perfettamente familiare.

E poi c’è lo stile narrativo di Giulia. C’è una sua caratteristica incredibile che più d’ogni altra mi ha fatto innamorare di questo libro: il gioco con i personaggi. Giulia gioca e si diverte coi suoi personaggi, vi si cala tra un rigo e l’altro, ma è un po’ come un gioco agli specchi: se Giulia, un attimo, si ferma a tratteggiare Anna nelle sue azioni e nella sua psicologia ecco che al rigo seguente Anna prende il sopravvento su Giulia e si prende la briga di inserire nel periodo un vero e proprio suo pensiero. Ed ecco come questo gioco ti lascia positivamente perplesso dopo un secondo, ti fa sorridere dopo due e, dopo tre secondi, sei già calato anche tu sullo stesso registro d’azione della storia. E in questo senso Giulia è molto brava anche ad usare una certa dose di ironia, che dietro alcuni angoli di rigo nemmeno ti aspetti. “Dietro di lei c’era un piccolo cane bassotto, la seguiva a breve distanza, saltellando. Che bel cane, come si chiama? Avrebbe potuto urlare Sandro. Peccato che non era affatto un bel cane. Era vecchio, grasso, spelacchiato e aveva la dermatite allergica”.

Delle corrispondenze, dunque, dolci e delicate, come la scrittura di Giulia, vi sono tra i personaggi e i luoghi, tra lei e i personaggi, tra i luoghi e lei.

C’è poi la trama, fitta di allusioni, di attimi del passato sublimati in una vita, o di una vita che si teme possa volare via in un attimo. Ci sono le illusioni di sempre e di tutti, con la loro importanza, c’è quella crescita mancante di un solo ultimo tassello del puzzle, c’è quel tassello del puzzle, infine, che è ovviamente il nucleo di tutto quest’enorme movimento che è poi la nostra vita. E chi non ne ha almeno uno? Un momento particolare, un luogo, una persona, un semplice oggetto. Le parole. Il Silenzio. Lo stesso Silenzio su cui Giulia – come Anna – adora pattinare.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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