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Nulla di meglio, nell’afa cocente di fine luglio, che immergersi a capofitto in quel piccolo capolavoro scritto da Tabucchi nel 1991. Requiem (uma alucinação), scritto dall’autore in portoghese come omaggio alla sua seconda patria, restituita sempre con onestà e fascino mediterraneo in diverse opere, trasuda calore e saudade fin dalle prime pagine, fin dalle prime battute di quello che si presenta come un “diario onirico” e, aggiungerei, “enogastronomico”. Il calore è letteralmente quello di fine luglio, appunto, in una Lisbona praticamente deserta, eccezion fatta per una serie di curiosi personaggi con i quali il protagonista (mai nominato) si trova praticamente “destinato” a interagire. L’incontro è, anzi, proprio la chiave di lettura per la struttura di questo scritto, agile e scorrevolissimo, che pare esser stato buttato giù di getto in una sola notte. Secondarie persino le strutture del testo e della pagina; niente virgolettati, niente a capo superflui, l’immediatezza è massima e tutto ciò non fa che aumentare la percezione sensoriale di tutti gli aspetti che il romanzo sottolinea. E sono tanti. Esperienza mistica, irrazionale, onirica, che sia… tutti e cinque i sensi sono pienamente rapiti: nelle strade assolate dell’Alentejo, che si materializzano a dovere; nei suoni, nei rumori, nelle voci di questi personaggi da teatro, tutti in estremo risalto rispetto a un contesto quasi sempre troppo grande per loro; nel sudore, come detto, e soprattutto nei profumi e nei sapori di quella che si presenta come una vera e propria rassegna culinaria. Vien fame, in effetti, a leggere le 129 pagine di questo diario che, guarda caso, sono intelligentemente arricchite da una piccola nota finale relativa proprio ai piatti che “si mangiano (o si potrebbe mangiare) in questo libro”: dalla feijoada al sarrabulho à moda do Douro, così sapientemente (d’una sapienza umilissima) descritto nella sua preparazione dalla Moglie del Signor Casimiro in un’atmosfera mangereccia totalmente mediterranea, di quel mediterraneo così “lontano dal mitteleuropeismo”, come dice lo Zoppo della Lotteria: “…qui siamo in Portogallo e il signore è italiano, noi siamo roba del Sud, la civiltà greco-romana, non abbiamo niente a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo l’anima”.

Diario intimo, onirico, extrasensoriale eppure, allo stesso tempo, corale. Lisbona, nonostante il torrido caldo estivo che la rende opaca e “città difficile”, prende vita e pare, anzi, il compagno più importante tra i vari incontri che scandiscono la strana giornata del protagonista. Qualche mistero svelato, qualcosa rimasto in sospeso, un qualche tipo di rimorso e una qualche ricerca spasmodica di senso per il futuro, se possibile, ma un futuro lontanissimo, appartenente a un “mondo reale” diverso da questo. Infine, l’incontro topico, un fantasma, un’ombra del passato, un Convitato di buona forchetta, un Fernando Pessoa inedito, diverso, evidentemente specchio inconfutabile dei conti rimasti aperti e, finalmente, da poter chiudere con serenità. Quel Pessoa che il  nostro Tabucchi ha saputo da sempre e per sempre restituire al suo contesto largamente europeo aggiungendogli, se possibile, un qualcosa in più, una qualche traccia di post-modernismo novecentesco tramite la quale leggiamo oggi il più Portoghese di tutti. E, forse, anche il più Europeo.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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