Il “Piedichiusa Park” e il cittadino senza diritto all’informazione
Il “Piedichiusa Park” e il cittadino senza diritto all’informazione

Il “Piedichiusa Park” e il cittadino senza diritto all’informazione

 

Prendiamo, da una fittizia cronaca di giornale, un titolo di questo genere, “Completato Parco della Piedichiusa dopo anni di ritardi e problemi burocratici”, e domandiamoci quanto esso possa più o meno rispecchiare le norme civiche e sociali più comunemente accettate alle nostre latitudini. In una parola: la normalità. Parecchio, non è vero? Poniamo poi caso che qualcuno, un raro e sporadico cittadino che ama tenersi informato sullo stato dei lavori pubblici della sua città, abbia, per così dire, un’insensata curiosità volta all’approfondimento delle problematiche che hanno causato i perdonabilissimi (ma ennesimi) ritardi nella consegna dei lavori, come e dove credete possa trovare risposta alle sue domande? Ve lo diciamo noi: da nessuna parte.

Ma partiamo dall’oggi. Il Piedichiusa Park di Lamezia Terme (come è chiamato dai suoi architetti che gli hanno dato vita) si presenta, in questa rarefatta domenica di gennaio 2022, nella sua oggettiva bellezza; con il suo largo ponte carrabile persino da una mini-car (ipotesi inverosimile, per fortuna, ma si spera che nulla di più pesante e motorizzato di una bicicletta lo attraversi), con i suoi numerosi accessi da vicoli e vinelle, con gli antichi archi e l’antico mulino di cui persino alcuni anziani avevano perso le tracce, sepolti (gli archi e il mulino, non gli anziani) per decenni sotto gli effetti nefasti della natura, con tutto il suo potenziale sociale e culturale, insomma, che attende di esprimere verso chi vorrà viverlo e verso chi lo ha già vissuto prima di farsi bello.
A ridosso della fontana rimane un percorso sterrato ancora da rifinire, ma non saremo mai pignoli nei riguardi di un’opera urbanistica arrivata al suo compimento dopo tanti anni. E nemmeno pignoli saremo su qualche prima cartaccia o bicchiere di plastica ritrovato qua e là (ma è pur vero che la macchia su un panno nuovo stona molto più rispetto a quella sul panno vecchio), pure se questi fanno bella mostra a un passo dall’apposito cestino (il parco sembra attrezzato con numero abbondante di cestini, una notizia positiva solo su un livello di superficie): magari sarà stato qualche gatto, anzi è probabile, rimaniamo ottimisti, visto che si notano qua e là abbeveratoi improvvisati per loro da qualche residente di queste belle casette antiche.

Altro discorso, come si esordiva, è l’essere pignoli non sulla fattività del parco, ma sul carattere quasi anonimo che ha contraddistinto la sua narrazione (sì, termine che ancora reputiamo icastico pur nel suo strabordante successo) per la cittadinanza a cui questo nuovo parco è destinato. In altre parole, passeggiando liberamente per questi bei percorsi, e colpiti da quel miscuglio di sentimenti intraducibili che il centro storico della propria città provoca (o dovrebbe provocare) a chiunque, ci siamo domandati perché, ancora una volta, questi ritardi. E, soprattutto, perché continuiamo a subirli, passivamente? E perché, infine, chi è (o dovrebbe essere) demandato all’altissimo incarico sociale della informazione comune non vigila, non ammonisce, non scava, non cerca? Sia chiaro, quest’ultimo punto non vuole essere un puntare il dito acriticamente verso gli organi di stampa, o meglio, non solo. La responsabilità di una circolazione scarsa e scadente di fatti oggettivamente meritori di attenzione non può che essere collettiva. Perché la stampa informa su quanto la cittadinanza chiede di essere informata (non importa, qui, se è giusto o meno). E le istituzioni poi, si sa, sembrano obbligate per natura a una comunicazione estremamente essenziale (meglio se positiva e ottimistica, i fatti negativi solo quando non è più possibile tenerli su una scrivania). Più grave, comunque, è cadere nell’assuefazione, in quella rassegnata accettazione delle cose che, come si diceva, da eccezione diventa facilmente norma. Non crediamo sia un punto inutile sul quale soffermarsi, perché il divenire effettivo e la crescita di un’opera, in questo caso, urbanistica, sono strettamente correlati al modo con cui questa è stata concepita, progettata, gestita nella sua progettazione e, infine, raccontata alla città mediante la stampa, che rimane voce di pubblica informazione, anche istituzionale.

Intanto, un pezzo recentissimo allude a “più di vent’anni” di gestazione, salvo poi specificare come data più lontana il 2009, anno in cui il Parco sarebbe stato pensato sulla carta. Si è solo maggiormente curiosi sulla storia “primordiale” di questo progetto. Molto più nota è la data del 2014, quella dell’avvio effettivo dei lavori, mentre il 2015 fa riferimento alla data in cui gli stessi sarebbero dovuti arrivare a compimento. Poi c’è il 2021, finalmente, quando qualche mese fa i passanti hanno finalmente potuto notare una fase finale dei lavori in questione. In mezzo, quasi il nulla. Solo pezzi e articoli che si preoccupano di ricordare lo stato dei lavori. Niente in merito ai motivi di questi ritardi. Di qualche settimana fa è l’appello dei residenti alla pulizia e alla sicurezza del Parco, direttamente rivolto al Municipio. Nulla di nuovo, appellarsi all’istituzione, in quanto organo di governo, chiedendo garanzie è sinonimo che quelle garanzie, ovviamente, ad oggi sembrano mancare. E molto giustamente, è chiaro, gli stessi residenti mettono in guardia da problemi ben più seri del tanfo della spazzatura o delle cacche, come la fatiscenza e il degrado di alcune abitazioni. Ma qui bisognerebbe spostarsi di troppo sull’antropologia, o almeno sul buon senso, per approfondire i disagi legati agli abbandoni, allo svuotamento e, in alcuni casi, al menefreghismo del privato che magari è residente all’altro capo del mondo. Altri articoli informano sulle diverse idee che sono in cantiere da parte dell’Amministrazione per la valorizzazione del luogo: orti urbani, museo, percorsi didattici e tante altre cose belle. Ad oggi, anzi a settimane dall’effettiva apertura del parco, sarebbe di molto apprezzabile una conferenza stampa (magari in loco e invitando anche la cittadinanza – o, visti i tempi, riprendendola in diretta streaming) in cui illustrare approfonditamente il progetto. E, nella stessa, tentare di riappacificare quella rara fetta di cittadinanza a cui si alludeva, dando prova di maturità e trasparenza e spiegando nel dettaglio i problemi che hanno portato a inaugurare (a proposito, a quando l’inaugurazione ufficiale? Un altro pezzo ne vociferava l’imminenza, ma parliamo già della scorsa estate) un parco con sette anni di ritardo.

Sì, perché di questi problemi, per l’appunto, non è dato sapere mai. A queste latitudini, il massimo che si può ottenere rimane sul livello della diceria, delle voci, del sentito dire, in merito a questa o a quella responsabilità, in merito a quei soldi finiti o a quegli altri, al più tentano di farti capire qualcosa di “tranche” e di rendiconti. Ma la rigenerazione urbana – quella vera, concreta, non quella progettistica – non può fondarsi sulla diceria. Poco importa se si dovesse trattare (come pare) di mere beghe burocratiche, economiche, legate insomma alla difficile gestione di fondi europei così ingenti (due milioni e mezzo di euro). Da ciò si denota la decantata trasparenza amministrativa: dal rendere i dati noti, accessibili e fruibili, se necessario, persino al cittadino meno interessato all’essere informato. Si calcherebbero, si fotograferebbero e si racconterebbero molto meglio queste pietre e questi vicoli, con più onestà, con più coerenza. E la maggiore consapevolezza delle difficoltà passate, anche tecniche e burocratiche, darebbero a chiunque quel motivo per amare, tutelare, valorizzare questo luogo ancora più che nella “norma”. Perché la cittadinanza tutta non può che essere pronta a ri-vivere e ad amare con nuovi occhi uno degli angoli storici più belli della città, così come è pronta a dare ancora fiducia alle varie amministrazioni che, tra mille problemi, si impegnano nella riqualificazione urbana. Ma prima di parlare alla cittadinanza riguardo al futuro e ai sogni, prima di ammonirla, di renderla partecipe, di incuriosirla, di attirarla con attrattori turistici, siate onesti, e se dite di esserlo stati siatelo ancora più di prima, e date al cittadino qualunque il diritto a conoscere la cronaca, quella vera, approfondita, d’inchiesta. Il diritto a capire perché, ancora una volta, è passato così tanto tempo.

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