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Quando un dato, un evento, un accadimento riesce a far parlare tanto di sé, è inevitabile, dopo pochissimo tempo, che inizino a levarsi gli scudi da parte di qualcuno più “studiato” che, evidentemente, si sente più che in dovere di ammonire la massa chiacchierante. È il caso recentissimo dello spot-cortometraggio di Gabriele Muccino sulla Calabria che, come dire, non sembra aver riscosso il successo meritato in termini di apprezzamenti dell’opera; di conseguenza, come spesso avviene, minore è l’apprezzamento quanto maggiore è il chiacchiericcio. Infatti ne abbiamo parlato anche noi, subito dopo l’uscita dello spot. In casi come questo mi pare interessante notare quanto le chiavi di lettura si modifichino, a volte si approfondiscono, nel giro di pochi giorni e secondo uno schema quasi fisso: il primo commento “a caldo” è quasi sempre d’istinto; il secondo giorno, un po’ più freddamente, si prova a dare un’interpretazione quantomeno più approfondita; il terzo giorno, già qualcosa si incrina: il dubbio incrina ciò che prima era certezza. Al quarto giorno, in genere: o non se ne parla più oppure si è trovato il coraggio di capovolgere completamente la visione iniziale, quasi che una lampadina avesse rischiarato ciò che prima era nel buio pesto. Bene. In ogni caso, non parlerò più di Muccino e del suo spot: se qualcuno – magari qualcuno i cui piedi sono troppo vicini alle “stanze che contano” e che quindi sa di dover agire quattamente e senza calcare troppo le mani – si è ravveduto, e alla luce di un qualche lampo di genio ha compreso il vero significato di questo cortometraggio trovando la quadra in un nostro, ahinoi, abbaglio troppo impulsivo, contento lui. Davvero.

Noi, io personalmente, non avevo alcuna aspettativa. Questo è vero. Da Muccino non mi aspettavo nulla di meglio. Vero anche questo. Ho fatto notare a me stesso, da subito, che non rientravo di certo io nel target a cui lo spot deve rivolgersi. Ho ricordato quanto “fare pubblicità” sia un qualcosa di sempre distante dal vero e dall’autentico (anche se non riuscirò mai a comprenderne il motivo, non ho studiato mai materie di comunicazione o di marketing, un giorno proverò ad approfondire la quaestio). Assolutamente. Nonostante tutto questo, credo di avere il diritto di evitarmi una disintegrazione totale a livello dei genitali leggendo qua e là di blandi e risibili tentativi di legittimazione o di giustificazione. In poche parole, ci importa poco se un giorno ci risvegliamo critici cinematografici o critici teatrali o critici letterari, se un altro giorno ci risvegliamo comunicatori, “esperti” di politica o di cose molto più serie come i servizi, la cultura, l’arte. Con un perenne e sacrosante atto di humiliatio – leggi “rimanere umili” o “volare bassi” e non “umiliarsi” – crediamo che ogni giorno si ricevano così tanti stimoli dalla nostra realtà circostante da risultare un grande peccato il non recepirne nemmeno uno. Non vogliamo dire: parlare forzatamente di ogni cosa. Vogliamo dire: mantenere l’attenzione. Perché, ed è naturale anche questo, di parole se ne pronunciano tante, ma quante di queste giungono da un’attenzione anche minima?

Questo evitabile preambolo per dire solo questo: la vicenda mucciniana è stata – anzi, è – una storia importante, assolutamente da non sottovalutare, per l’enorme quantità di commenti che ha provocato da un’altrettanta vasta platea, per la qualità di alcuni spunti che ci ha donato (come a dire che solo in termini oppositivi riusciamo a imbastire un discorso interessante, è mai possibile?) e addirittura per la multidisciplinarità, a livello di indagine, che essa stessa suggerisce. Insomma, a conti fatti i commenti dei calabresi sullo spot (poco) calabrese di Muccino mi risultano infinitamente più interessanti dello spot stesso. Un occhio superficiale può descrivere questo particolare procedimento unicamente secondo i suoi superficialissimi canoni: e allora si parla di “scontentezza” perenne dei calabresi, di un loro essere sempre “criticoni”, di una loro, perfino, incapacità di distinguere le questioni serie da quelle “futili”. A noi pare di vedere tutto fuorché futilità (anche perché, non ci stancheremo mai di dirlo, non parliamo di un concorsucolo cinematografico, di un prodotto destinato a intrattenere, a divertire, a produrre migliaia di memes sui social, parliamo di un prodotto costato quasi due milioni di euro in… beh, davvero è superfluo sottolinearlo ancora, in un momento come questo. In una regione come questa. Sì.). Il coacervo di voci che si leva in questi giorni mi pare faccia trasparire, piuttosto, uno spasmodico bisogno di identità comune. Lo si nota facilmente in alcuni meccanismi quasi topici che tornano e ritornano puntuali in qualsiasi discorso che riguardi la Calabria nella sua più ampia veste culturale: il cibo, la lingua e il paesaggio più di altri. Questa formidabile triade culturale ha una doppia valenza: cibo, lingua e paesaggio mi pare agiscano come un grimaldello quando v’è da scardinare un’identità di tipo mitopoietico (come scrive, per esempio, Antonio Battista Sangineto nel suo “L’anima allo specchio. Ovvero della percezione e dell’uso delle antichità calabresi” che spero di recensire a breve), altre volte, quando si tenta l’agglomerazione culturale e identitaria, invece, sembra funzionino da collante.

Sullo sfondo c’è la Calabria, la Calabria che, non dovremo mai stancarci di ricordarlo, è una convenzione moderna e non una terra-nazione. Di mezzo, come una trave, si incunea l’altro grande topos: la Calabria come terra d’assoluta frammentazione e variatio. Ecco perché ci correggiamo subito. Anziché parlare di cibo, di lingua e di paesaggio è opportuno parlare di cibi, di lingue e di paesaggi. L’estrema varietà culinaria, dialettale e paesaggistica della nostra regione accorre sempre a contrastare quelli che a volte si presentano come dei velleitari tentativi di “normalizzazione” della cultura e del folklore calabrese. In altre parole, scendiamo sempre sul piede di guerra quando ci sentiamo “feriti” in questi ambiti. I memes  sul finocchietto mucciniano dentro la soppressata, per esempio, non vanno sottovalutati. Non sono semplicemente battute di spirito, ma acquisiscono significato se rapportate alla costante ricerca d’identità di cui proviamo a dare cenni. Allo stesso modo, lo stancante ripetersi di Tropea o dell’Arco Magno (nemmeno di S. Nicola Arcella, ma solo dell’Arco!) provoca l’immediata riproposizione di altri luoghi e di altri paesaggi, magari anche di molto meno belli, ma sentiti più veracemente e più autenticamente come “identitari” per la Calabria. Sulla lingua, infine, o meglio sui dialetti, mi pare che la questione sia più delicata: non ci sogneremmo mai di assurgere a modello gastronomico per tutta la Calabria la ‘nduja o la soppressata (perché a Tropea innalzerebbero la cipolla, a Catanzaro il morzello, a Mammola lo stocco, a Crucoli la sardella e così via; non ci sogneremmo neppure di consigliare a un eventuale turista (perché alla fine di questo si parla) un solo tipo di paesaggio, dal momento che riusciamo ad averne di diversissimi, anche se tra cibo e paesaggio il procedimento che in genere attuiamo è di tipo diverso (l’orrendo “dove vuoi che ti porto” è indicativo: sul paesaggio si è più abituati, ed è triste, a un pieno controllo dello stesso, come a dire che puoi “sceglierlo”, puoi decidere tu di quale usufruire, come un servizio tra i tanti, a seconda di ciò che si ha voglia; il cibo, invece, come suggerisce una certa narrazione comica o satirica, è quasi intoccabile, non puoi permetterti di giudicarlo più di tanto, se sei a Mammola devi mangiare lo stocco, se sei a Crucoli è illegale non andare via senza la sardella). Il dialetto, ed è la cosa che più mi affascina, funziona diversamente. È percepito in modo completamente differente. Tra i tre meccanismi che concorrono alla costruzione (o decostruzione) di un’identità calabrese è quello più ostico da maneggiare, in quanto solo studi recenti (quelli di John Bassett Trumper su tutti) stanno svelando come la Calabria sia una terra linguistica veramente particolare (e particolareggiata). Non approfondirò qui il discorso, ma è importante ribadirlo: mai è esistito e mai esisterà, oramai, il “calabrese” come dialetto. Figuriamoci come lingua. Eppure, noncuranti di quest’enorme frammentazione, con la quale pure abbiamo a che fare tutti i giorni, specialmente oggi con i nuovi canali social (basti pensare ai diversi gruppi Facebook nati appositamente per “musealizzare” detti e proverbi nemmeno poi così antichi, in cui sovente capita di scoprire come già in pochi chilometri di distanza il dialetto cambi radicalmente), tra i commenti più accesi e le critiche più sentite allo spot di Muccino ho letto soprattutto della “lingua”: “parlano siciliano” (dice probabilmente il cosentino sentendo l’accento reggino), “parlano cosentino” (dice probabilmente il reggino sentendo l’accento catanzarese) ecc. Come a dire: Muccino, anche l’unica cosa che, menza menza, aderiva al vero non è piaciuta. Io ho apprezzato. Ma chiaramente rimane sempre uno spot veramente da cancellare.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]

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