“Strade di Memoria”: prima tappa a Nicastro tra Archeologia e Tradizioni

Alle 16:00 sono già davanti al S. Domenico. Mi accolgono Antonio (Pagliu), Antonio (Vescio) e Luigi Calimeri del Museo Archeologico Lametino. Elvira arriva dopo qualche minuto, c’è giusto il tempo per un caffè al Bar Roma e per tranquillizzarla, non so con quanti risultati. Lei è così, ho imparato da poco a conoscerla meglio, proprio grazie al suo invito a questo bel progetto “Strade di Memoria” (curato dal Progetto Policoro di Lamezia Terme), per il quale siamo qui, oggi, in questa prima tappa, per il quale torno al Museo, per esempio, forse per la milionesima volta, ma per la prima con taccuino in mano per registrare sguardi, voci e impressioni. Elvira è così, dicevo: semplicemente appassionata in tutto ciò che fa e mi ricorda, se mai dovessi dimenticarlo, quanto è proprio la passione per le cose a renderci preoccupati per le cose stesse.

È davvero da parecchio tempo che non mi ritrovo in una situazione così intima e, al tempo stesso, formativa, di una formazione che avviene nella spontaneità del gruppo. In tal senso, i trekking urbani, o le visite guidate come in questo caso, quando avulse da contesti troppo istituzionali, sono tra le esperienze migliori.

Al Museo, ora che un bel gruppo di partecipanti si è finalmente formato, ci accoglie di nuovo Luigi, con il suo consueto garbo e con gli altri suoi colleghi. Poi, Antonio Vescio inizia a raccontarci le tante storie dei reperti che riempiono le teche e le vetrine del nostro Museo. Abbiamo parlato di Don Pietro, poco fa, prima di salire, a proposito di due numeri di Storicittà che Antonio aveva con sé e che riguardavano proprio lui, il mitico Mons. Pietro Bonacci a cui questa città deve ancora molto più di quanto si pensi. E, in un certo senso, sono ora distratto: per qualche secondo di troppo, quando Antonio comincia a descrivere le varie fasi della preistoria e della protostoria nel lametino, faccio fatica a entrare nelle sue parole perché sto ancora pensando a Don Pietro. Per qualche minuto, insomma, il tempo mi si è fermato, è tornato indietro di molti anni – gli anni in cui il centro storico di Nicastro mi sembrava immensamente più grande e totalmente vergine per la curiosità di un bambino – ed è ritornato ad oggi con una, se possibile, “leggera pesantezza”, come un nuovo peso nel cuore che, però, ti fa sentire un po’ meglio, più al sicuro, forse, più sollevato.

“Ci sta”, mi son detto. Se in un qualsiasi museo vi capita di sentire una certa immobilità del tempo, allora quel museo è un posto giusto, capace, cioè, di provocare una giustezza nel rapporto, a volte difficile, con le nostre “radici”. Che parola, questa sì, difficile da pronunciare man mano che si cresce.

Seguo Antonio, ora, nei suoi racconti e, soprattutto, ciò che gli ammiro di più, nella sua capacità di dare parola, con semplicità, a queste pietre, a queste monete, a questi cocci e a queste statuine, a tutto, insomma, questo guazzabuglio di reperti che per quanto stanno immobili ti consentono di viaggiare nel tempo e nello spazio. La loro bidimensionalità, anzi, è spesso facilmente notabile sul piano del tempo, mentre oggi riesco a capacitarmi anche del senso maggiore che acquisiscono solo per mezzo delle loro geografie, siano ampie (una città, una regione, un intero paese) o ristrette (lo scavo, la collezione). D’altronde, l’archeologia è anche una scienza dei contesti.

Dall’ossidiana delle Eolie alle intere tombe in laterizi, dai tesoretti magno-greci alle laminette bronzee di Terina, finché, pronti per addentrarci nella sezione medievale, non ci rendiamo conto che il tempo ha ripreso il suo normale scorrere e che, ahinoi, la visita va pressoché chiusa qui per poter partecipare alla seconda parte della giornata, l’incontro al Chiostro, a piano terra, sulle tradizioni pasquali. Sento numerosi commenti entusiasti della visita: ci ripromettiamo, tanto i nuovi visitatori tanto gli assidui, di ritornare a completarla.

Scesi giù, ascoltiamo la piccola parentesi poetica curata dall’associazione “Un anthurium per Francesco”: Enza Mirabelli declama la poesia in vernacolo di Antonella Muraca, titolo “Terra mia”. I versi in dialetto, all’aria più fresca del mezzo pomeriggio, mi rinfrancano dall’estrema lontananza di quel mondo antico vissuto poco fa, per riportarmi su un terreno più “familiare”, nel senso più profondo del termine, per quanto mi riguarda, una sensazione che solo il dialetto può donarti.

Poi, Elvira mi chiama in causa: è il momento per me di dire poche parole sulla storia del complesso monumentale in cui ci troviamo. Provo una estrema sintesi, una storiella stringata che avevo effettivamente abbozzato questa mattina nell’immotivata ansia da prestazione. Chiaramente, tutto inutile. Alla fine è una nuova chiacchierata a braccio, grazie anche ad Antonio che intanto ci ha raggiunti di sotto e che aggiunge preziose novità in merito agli affreschi nelle lunette con le storie di S. Domenico.

Il bel pomeriggio si conclude, come dicevo, all’interno della Sala Multimediale del Chiostro Caffè Letterario, dove Matteo Scalise ci attende con uno degli appuntamenti della sua rubrica “Storia e tradizioni popolari lametine”. Ed è un altro scorrere del tempo, quello festivo ormai prossimo che, con la sua tipica ciclicità, e grazie agli interventi di Matteo, mi aiuta a rimettermi con i piedi per terra ricordandomi che tornano quegli attimi di vivida curiosità da raffazzonare nel migliore dei modi. Tornano, cioè, i giorni di primavera, il caldo, le feste, gli appuntamenti imperdibili nei nostri territori. Tornano gli attrezzi del mestiere: uno zainetto, una macchina fotografica, qualche libro e un taccuino come questo che finalmente ho rispolverato.

Mi fa molto piacere sentire l’amica Franz Tropea, in una parentesi a sua cura, descrivere e spiegare l’affascinante storia della Corajisima, l’antica bambolina fatta di stoffe rattoppate che, anche grazie alla sua attenzione, potrebbe forse tornare in questa prossima Pasqua sui balconi o sui davanzali di qualche nuova casa. Infine, Antonio Macchione con le sue preziose riflessioni storiche e antropologiche sui Vattienti, i flagellanti di Nocera Terinese che tanto ci hanno incuriosito negli scorsi anni e che, lo spero vivamente, potranno tornare finalmente a rinnovare uno dei riti più sentiti della Settimana Santa in Calabria.

 

 

Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha esordito nel 2023 con il romanzo "Al di là delle dune" (A&B)

2 commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.