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Io ci ho provato. Davvero. Ogni qualvolta che i conti si dovevano fare con i mille e più aspetti della propria vita. Sia chiaro, di sciocche paure frenanti ne ho avute e bizzeffe ma… che mai più mi si taccia di vigliaccheria. Questa non è tra le mie caratteristiche, bensì si trova in coloro che, senza manco accorgersene, si “inciniscono” e vanno pure orgogliosi di aver raggiunto una certa consapevolezza o un certo pragmatismo. Consapevolezza. Io vi giuro che non userò mai più questa parola. Consapevolezza di cosa? Ho indagato me stesso così a fondo da capire che non siamo mai davvero consapevoli di niente, da capire che i mutamenti sono semplicemente troppi da registrare e analizzare. Non voglio essere consapevole. Voglio rimanere nella mia incoscienza da eterno abitatore di un limbo. 
Io ci ho provato, davvero. Da bambino, quando in chiesa ti offrivano il più grande spettacolo dell’umanità, ci ho provato quando mi dicevano di studiare, di andar bene, di essere tra i primi della classe. Ci ho provato fino a poco tempo fa, quando ho toccato persone che col loro buon esempio son riuscite più o meno a stringerla la vita.
Ma basta prendersi in giro. Ho fallito tutte le volte e ora so che la causa del fallimento è da ricercare nell’intrinseca natura di noi stessi.
Non voglio smettere di sognare, pur rischiando di perdere qualche pezzo importante della mia vita. Vi parrebbe poco perdere la capacità di sognare? Questa è la mia vera e più grande paura: risvegliarmi, un giorno, circondato da tutte le cose e non sentire più alcun bisogno, alcuno stimolo nel sognarle. E il risultato di certi sogni non è neppure molto importante. È importante averli.
Di recente una persona mi ha detto che diventiamo adulti solo quando riusciamo a gestire perfettamente il nostro tempo interiore. Va gestito, perché c’è un tempo per tutte le cose (come dice Capossela), uno per amare, uno per odiare, uno per ridere, uno per piangere, persino uno per morire. L’ultimo.
Però… ecco, a quest’ultimo tempo non ci arriverò col timore di non aver vissuto a dovere né con la sciocca presenza di rimpianti. Perché il mio rimpianto più grande sarebbe quello di non aver sognato abbastanza.
Per questo e altri mille motivi, per gli occhi di mia madre, per le mani di mio padre, per tutte le idee, gli ideali, per non aver avuto mai la voglia di essere un migliore, ma solo migliore, di essere un primo ma solo di esserci, per l’amore di altre diecimila donne e di altri diecimila uomini… io vi chiedo scusa, se non riesco a smettere di sognare.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]

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