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       È notizia di oggi, in Calabria, di una ripresa delle norme e misure più stringenti per contrastare la seconda ondata del Covid-19 che, stando a diversi cattivi segnali, sarebbe ormai dietro l’angolo. Da una discoteca di Soverato, o due, o tutte, non ho ben capito, non mi intendo di discoteche, ricomincia la paura. Da quell’evidente e carnevalesco bisogno di stare tutti riuniti, attaccati, a danzare, ballare, esorcizzare le paure, dimenticarsi per una notte di tutto e di tutti, dalla folla, dai suoni e dai bagordi della movida, però, ci siamo spostati ieri ad altre tipologie di assembramenti e a un altro concetto di abitare, o semplicemente di stare insieme. Lungi da noi, com’è ovvio, qualsiasi tono pure appena discriminatorio o moralistico per le parole appena dette. Lo dico chiaramente: le discoteche e la movida delle notti estive in Calabria sono importanti, importantissime; anche queste concorrono non solo a delineare  il volto più fresco e giovanile di una terra che spesso vorremmo raccontare come ancora ce la raccontavano i nostri nonni, ma pure possono funzionare da valvola di sfogo per diverse generazioni che senza un’animalesca socializzazione proprio non riescono a realizzarsi (ma se non le si vivono con intelligenza, in tempi come i nostri, diventano anche valvola di sfogo per infettarsi; e non credo che le migliaia di persone oggi in fila presso i presidi sanitari a Soverato, a Catanzaro e Lamezia, si stiano poi divertendo così tanto). Tuttavia, è proprio per questi motivi che diventa ancora più importante, per noi, ritornare su certi argomenti toccati e raccontati più e più volte in questi anni, quando abbiamo creduto di poter inserirci, anche con l’ingenuità e con la superficialità che la nostra giovane età ci imponeva, in un dibattito molto più grande di noi: quello sul territorio, sulla cultura, sulla conoscenza e sulla valorizzazione delle aree interne di una regione raccontata troppe volte in maniera sensazionale e decontestualizzata (si dice sia prerogativa dei saggi tornare indietro sui propri passi a correggersi, ma noi crediamo sia semplicemente un dono che nasce da un’interrogazione continua). Se abbiamo ricavato qualche ragno dal buco è difficile dirlo. Almeno per il momento. I prossimi anni, probabilmente, ci sapranno dare qualche risposta in termini quantitativi e qualitativi. Come dicevo, è stato nella giornata di ieri. E oggi mi ritrovo a scriverne ancora senza la giusta lucidità, vista la ricchezza di sensazioni e di spunti che è esplosa fuori dal cratere. Ma c’è anche la necessità. La necessità – per riallacciarmi al triste esordio sui fatti di Soverato che, ormai è certo, ci portano a una nuova chiusura di alcune realtà – di informare a quanti non ne siano informati dell’esistenza di un altro modo di abitare i luoghi. Un modo che si serve, veramente, di piccole e semplici cose.

        L’occasione – ‘a scusa, ché qui in Calabria, ammettiamolo, molte volte abbiamo bisogno solo di quella – è tra le migliori: l’amico Gianluca Palma, promotore della Scuola per restare, della Scatola di latta e, son sicuro, di qualche altra roba che agita le coscienze e il cuore, è sceso dal Salento in compagnia di altri validissimi cavalieri della Restanza (se il nostro caro amico Vito Teti ci concede l’uso del termine) in direzione Calabria. Dall’11 fino a domani le loro tappe sono: Civita, Longobardi, Fiumefreddo Bruzio e Belmonte Calabro. Come per i migliori viaggiatori ottocenteschi, la loro è una discesa appena organizzata, strutturata il minimo che basta, mediante piccoli e semplici contatti umani che hanno poi dell’incredibile quando dal messaggio, dalla lettera, dall’evento Facebook si passa poi a incontrarsi, a stringersi la mano (oggi si fa per dire, ovviamente!) e a mettersi in cammino. Così, a Longobardi i padroni di casa sono Samuele, Francesco, Chiara e tanti altri amici. Una famiglia, lo zoccolo duro di una comunità giovanile r-esistente, che nel corso degli anni ha probabilmente dato al paese più di quanto da esso abbia ricevuto (mi correggeranno, se sbaglio, ma ho piacevolmente intravisto troppe similitudini con il nostro piccolo movimento). Nella sostanza, mi pare di capire che a questa Scuola per restare vi si possa iscrivere davvero chiunque; è una scuola itinerante, che non abbisogna di iscrizioni o di test d’ingresso. Uniche propedeuticità sono: aprirsi al dialogo; sedersi in cerchio e raccontare, raccontarsi; mettersi in cammino; ammirare, domandare, conoscere un vecchio borgo; comprenderlo così com’è, lontano da qualsiasi mitizzazione folcloristica che pure in tanta antropologia rischiamo oggi di ritrovare; conoscersi. Ma per davvero, s’intende. In una semplicità così potente che potrebbe mandare in bestia anni e anni di studi strutturali, urbanistici, geopolitici, economici su come ripopolare questi fantomatici borghi ormai per lo più abbandonati. “Come si fa a ripopolare un borgo come questo?” chiede qualcuno. “Ad esempio, c’era il modello Riace…” risponde un grande amico con convinzione e, probabilmente, in vece di un altro grande amico che da poco non c’è più e manca veramente tanto. Più facile, sicuramente, è scoprire come si fa a viverlo, un borgo come Longobardi, antico paesotto di poco più di duemila abitanti ormai, che, come i tanti suoi vicini della costa tirrenica, vive questa sorta di doppia vita condivisa con il suo gemello marino. È sempre così. Sempre così è stato nel mio stesso immaginario geografico e territoriale, fin dalla più tenera età. Son nato che lo credevo fortemente: ogni paese, ogni città d’Italia, del mondo, non poteva che avere il suo doppio: il centro storico, su in collina, e ‘a marina, di sotto. Come si fa a viverlo, dicevo, un borgo così, oggi? Sicuramente ieri ne siamo stati la risposta in persona. Quando con un bel gruppo eterogeneo, corrispondente a più geografie, ci siamo messi in cammino lungo un sentiero antichissimo, quello di S. Nicola (il Nicola Saggio di Longobardi, da pochi anni canonizzato), vecchia mulattiera che se la solchi in silenzio, con lunghe e ampie falcate, ritrovando uno stesso ordine nel respirare, ti restituisce suoni, voci e immagini di secoli e secoli di contadini, muli, ceste cariche di olio, vino e quei prodotti della terra che, udite udite, son ancora tutti qui, non poi così diversi da com’erano coltivati e mangiati anticamente. Non sono per nulla un esperto e nemmeno un semplice appassionato di trekking, ma posso garantire che qualsiasi cosa questa parola significhi, non può che reggersi su un’esperienza di questo tipo. Lo si percepisce ormai, negli ultimi anni, dalle nostre parti, grazie a diverse piccole realtà che, ciascuna nel proprio eden, hanno rivalorizzato sentieri, boschi, antichi percorsi, borghi, come forse non succedeva da secoli. Pure, come dicevamo ieri con qualcuno, con il rischio forte di trasformare anche un’esperienza di questo tipo in merce da consumo. Forse non ne possiamo essere del tutto immuni, ormai. Anche il semplice respirare in un bosco può essere fonte di consumo e di monetizzazione? Forse sì, forse no. Ma qui si è andati oltre.

  

        Risalendo per il centro storico una visita fugace, tra qualche sguardo curioso e diversi “sgambetti” di Gianluca, che sa bene come prendere l’iniziativa in ogni attimo. È così che facciamo qualche domanda all’anziano che passa dal vicolo, qualche scambio cordiale con la signora che ripulisce la strada dissestata; forse è che dopo il silenzio del bosco si torna alla Civiltà – quella con la C maiuscola, ché solo in un posto così lontano da inquinamento visivo, acustico, dell’anima si può parlare di civiltà – o forse è che il paese stesso ha ancora qualcosa da dire, sta di fatto che pare spiccichino parola perfino i muri; tante le case abbandonate, quando non proprio divelte e semi-crollate; porticine per le vecchie Zimbe – Samuele l’ha pronunciate diversamente, ma io le conosco così – dei maiali, i catoji, l’emporio di paese. Ricordo bene: quando visitai Longobardi per la prima volta rimasi così stupito da ricordare sempre, e sempre infatti lo ripeto, quanto poco sia valorizzato rispetto alla vicina Fiumefreddo alla quale, vi assicuro, non ha nulla da invidiare, neppure il bellissimo castello. Qui le case sembrano costruite apposta per affacciarsi sul mare. Sebbene in collina, infatti, lui è sempre così presente, pare di potersi bagnare le dita.

       A fine giornata anche la Scuola per restare chiude, ma non può farlo prima del momento cruciale: il convivio. Non basterebbero pagine, che comunque non renderebbero giustizia, per descrivere l’arte dei sapori genuini che ci vengono offerti. Anche qui, è l’enciclopedia delle cose semplici, dalla fetta di pane con fichi freschissimi, al salame, con la lacrima, s’intende. Il vino è sincero e la vecchia Piazza Bianca, ora ribattezzata Piazza Che Guevara (da non sottovalutare affatto!) è l’arena più giusta e più apprezzata da una compagnia così valorosa. La signora Francesca si affaccia sul suo bel balcone ottocentesco, dopo la diretta citofonata di Gianluca; sua sorella sta poco bene, ma scopriamo che è la regina delle Grispelle, qui a Longobardi. Cristina ci fa rabbrividire recitando suoi bellissimi versi, rivolti a questo fantomatico Santu Nuddu al quale, lo ammetto, spesso e volentieri mi son rivolto anche io e che, ne son sicuro, starà proteggendo questi luoghi insieme a S. Nicola e altri. Si leva poi il delicato canto dei nostri amici, Lu rusciu de lu mare, nel silenzio notturno, per una platea di gente che sì, è alla perenne ricerca della bellezza, ma dovrebbe sempre tenere a mente che se si va a caccia di bellezza è perché questa, in qualche modo, è già presente in quella che qualcuno chiama la nostra anima, qualcuno il nostro spirito. Non importa come la chiamiate, non importa cosa sia. Ieri, ve l’assicuro, c’era. E si vedeva negli occhi di tutti noi. Grazie, amici.

 

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]

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