#pilloledilibri: “Di tuberose, fresie e gelsomini…” di Michela Cimmino
#pilloledilibri: “Di tuberose, fresie e gelsomini…” di Michela Cimmino

#pilloledilibri: “Di tuberose, fresie e gelsomini…” di Michela Cimmino

Condivido, con Michela Cimmino e con quanti altri se ne diano peso, quel preciso senso di “acquietamento” che è possibile cercare tra la propria storia e la storia del cibo proprio, cioè quanto sia stato possibile immagazzinare, nel deposito della memoria, per il tramite dei cibi che hanno contribuito a fare la nostra storia. E non solo perché sul tema cibo-memoria mi capita spesso di scrivere. In tal senso, come non apprezzare, nell’immediato di una introduzione (di Maria Teresa Di Benedetto), il preciso richiamo alla “salvifica nostalgia” del cibo di Vito Teti? Quella dell’antropologo è una riflessione sulla quale più volte ci siamo soffermati – e nelle nostre attività e nei nostri scritti su questo blog – e che, al netto dell’attualità perenne del tema (es. dieta mediterranea inserita da tempo nei beni immateriali dell’Unesco), merita sempre una seria riflessione.

Il libro di Michela si intitola “Di tuberose, fresie e gelsomini… di giuggiole e cannella” (Grafichéditore, 2021) e a tratti è per davvero uno “zibaldone di pensieri” (Gargano, prefazione) ma, a questo punto, poco manca perché possa pensarsi come uno zibaldone autobiografico, in cui alcune ricette della tradizione (e, in quanto tali, per larga parte relative a piatti dimenticati) fungono da grimaldello della memoria. Di Michela, s’intende, e del suo orizzonte storico e culturale che è fatto, come tutti gli orizzonti di chi può dire di avere vissuto con cognizione del mondo, di persone e quindi di politica, di storie e quindi di geografie, ben piantate nel tempo e nello spazio (es., gli anni ’60, ma in realtà l’intero Novecento; Amalfi, Napoli, la Calabria, comunque un orizzonte precipuamente meridiano).

Vi è poi l’incidenza della poesia, come a non poterla mai escludere, tra un capitolo e l’altro, tra un ricordo e una riflessione; la filosofia, di stampo aneddotico e coccolata mai con l’insipiente distanza della didattica (specie d’altri tempi) ma, invece, con l’ecceduto sospiro che anima la passione e il diletto, la leggerezza.

Si apprezza, infine, e in modo particolare, proprio quella serie di contributi che, unendosi al testo al principio e alla fine, arricchiscono il lavoro con un respiro condiviso, coerente non solo con l’afflato familiare dell’autrice (le famiglie raccontate e le famiglie universali di un Sud che è stato) ma pure con quel mai abbastanza sopravvalutato meccanismo mobile della memoria: l’osmosi, lo scambio circolare che ancora una volta deve avvenire tra le memorie individuali e le memorie collettive. È questo il cruccio, io credo, anche inconscio, di chiunque scriva un libro di memorie (di qualsiasi tipo esse siano), come fosse un’erotica tra il sé e l’altro.

E allora siano benvenute le odi alle soppressate, le marmellate di more di gelso, ’u pani i maju, gli gnocchi di mammà, quando si caricano, come in questo libro, di storie che valgono la pena di essere raccontate; ben vengano anche i corredi fotografici che a volte, più furbescamente dei testi, ci fanno inciampare in una pagina (credo di essere stato ipnotizzato, per esempio, dalla bellezza di Graziella Riga, la cui amicizia con l’autrice è testimoniata da alcune pagine molto dense); ben vengano, come si diceva, gli apporti esterni (l’appassionata nota di Salvatore; l’elegante commento di Pasquale; ecc.) che “abbracciano” Michela e non ne fanno sterile nostalgia e nemmeno “testimonianza di un passato concluso” – per dirla con una frase di Stravinskij che da sempre abbiamo amato – ma, piuttosto, “una forza viva che anima e informa di sé il presente”.

Lo meritavano e lo meritano tutte le nostre “memorie culinarie”, lo meritiamo ancora, giorno dopo giorno, sul bordo delle nostre tavole apparecchiate sempre meno a festa, perché sempre più desacralizzate e, dunque, sempre più a rischio che di memorie possano non produrne mai più.

Un commento

  1. Michela

    Grazie Domenico, la tua recensione mi consola.
    Niente, viva Dio, è ancora perduto.
    Sentiamo forte, e son certa tu con me, il nostro passato che bussa impaziente alla porta del presente. E ci acquieta, partendo dalla tavola, da quel cibo che , per me un pretesto rumoroso, ha dato il via a questa mia debolezza letteraria.
    Ed ecco il miracolo, un sentimento, un’ emozione, una nostalgia salvifica mi hanno salvato dal lettino dello psicoterapeuta.
    Scrivere fa bene al cuore e alla mente.
    Ringrazio mia figlia , la Maria Teresa dell’ introduzione, che è stata la ragione di questa mia pubblicazione.

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