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           Ho sempre creduto che fosse in qualche modo sbagliato scrivere di poesia. E non credo di aver cambiato del tutto parere. Ma scrivere della poesia di un amico è un’altra cosa. D’altronde, quella stessa poesia che tanto amiamo leggere, che spesso ci viene in soccorso o che a volte può persino annoiarci (è un suo sacrosanto diritto) è forse uno dei principali motivi delle mie contraddittorie sorprese. Parlare di poesia, anziché scriverne, è relativamente più semplice. Tra le mie recenti abitudini mi sono ri-sorpreso di parlarne, anche ad alta voce, anche da solo, e quasi sempre chiamandola per nome: un ottimo metodo per rapportarsi ad essa con l’intento di demitizzarla. Qualora, almeno, lo si ritenga opportuno. Personalmente, credo sia una buona strada per questa nostra contemporaneità che anche a definire “liquida” si rischia di diventare retrogradi. Una volta ho sentito un mio conoscente, uno scrittore in erba, affermare con convinzione di preferire la prosa alla poesia perché cimentatosi a comporre dei versi li aveva poi trovati estremamente banali. Ne aveva conseguito che a scrivere narrativa, invece, era molto più portato. Ebbene, a distanza di anni trovo ancora particolarmente banali i suoi racconti, almeno da un punto di vista formale. Tuttavia, piccole punte di lirismo, immagini ben delineate e impresse in una sequela di costruzioni paratattiche mi portavano a chiedere: “perché questo tipo non vuole scrivere in versi? Con una certa sequenza ritmata vedrei molto meglio ciò che vorrebbe farmi vedere”. Ora ho compreso le sue ragioni. Quel mio conoscente aveva solo paura. Ed è probabilmente il timore di tanti, quello verso la poesia. Non più sconveniente, sia chiaro, dell’arroganza nei confronti della prosa.

       Ma non sta né a me né a questo piccolo testo scandagliare tutto questo e cercare di dare una risposta a un quesito sempre attuale: perché scrivere in prosa è considerato facile, possibile, fattibile e scrivere in versi, invece, è cosa “alta”, delicata, complicata? Se parlo in questo modo è solo perché credo che questa poesia sia sempre in qualche modo possibile e realizzabile. Va da sé che le sue manifestazioni concrete – per esempio questo libro o quello sulla mensola, quello sul comodino o quello che ancora dev’essere scritto – avranno sempre un valore diverso, una bellezza e una qualità diverse. Parleranno in codici e in stili diversi, produrranno emozioni e sentimenti diversi. Sono figlie, queste manifestazioni, di umori, di modi di vivere la vita e di obiettivi diversi. Ma sono tutte ben realizzabili. In altre parole, pur nella complessità che gli uomini gli hanno potuto costruire attorno, la poesia rimane sempre qualcosa di essenziale. E non riesco proprio a immaginarmi una qualsiasi essenza come un qualcosa di complicato. Siamo noi uomini, forse, a essere organismi complessi. Non la poesia che siamo in grado di fare e produrre. Ce lo dicevano gli stessi antichi inventori della parola “poesia” quando, evidentemente, si ebbe per la prima volta l’esigenza di dire faccio questo, faccio quello. Ebbene, è di quest’essenza che sentiamo particolarmente la mancanza nelle nostre vite. Prima ancora della forma, della tecnica. Molto prima ancora dell’idea di talento o, peggio, di propensione. Un semplice fare. Un semplice ma potente atto di produzione.

Nota: parte di una prefazione per una silloge di prossima uscita.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]

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