Quattro Stanze Minime / parte ii
Quattro Stanze Minime / parte ii

Quattro Stanze Minime / parte ii

Quattro Stanze Minime / parte ii

[di Domenico B. D’Agostino & Elisa Longo
ph: Aldo Tomaino]

[E.] I
Delle case mi piace
la continenza,
la vita che si rannicchia
sulle stuoie.
Il modo garbato
di illudere lo spazio,
addomesticare il grido,
razionalizzare lo scenario.
Delle case mi piacciono
i balconi chiusi:
la tiepida luce frastaglia
le storie abortite,
le minuscole sedie lasciate fuori
dove tu non sei.
Da sotto, dalle strade
ricostruisco,
riesco ancora a immaginare.

 

[D.] II
Delle piogge e rumori
e attese di gennaio
mi piace la pace
che pure si affretta
e che da stanze inverdite
di muschi e licheni
si stende infinita.
Ma io, che la sento e la
onoro, da buono credente,
comincio a tradirla,
a farla stancare
di case raccolte
con cose a rinfusa:
a volte la soffro,
la smania di uscire,
quasi che dopo
aver chiuso la porta
mi colmi la colpa
dell’esser partito.

 

[E.] III
Qui abita una mancanza:
l’accompagna una piccola
voce bianca, un’ombra
poco distante
che non prende corpo.
Fuori, appena dietro
la porta d’ingresso
c’è il Mandarino
su cui ho lasciato
frammenti di pelle
in cambio di una
prospettiva diversa.
Tu dici che capusutta
è un dono.
Invece è il posto
da cui vedo meglio
i fantasmi passare
senza fermarsi.

 

[D.] IV
Qui è dove le ossa
dolevano: due fulgide
lungaggini di carne,
per tempi in cui stringere
non significava nient’altro
da sé. Dei teneri abbracci,
di vaghe respinte, di mani
callose, di paste e di pani.
Su queste e su altre utopie
si gettano a freddo profonde
fessure, le due fondamenta
delle nostre case, i muri
portanti, i tetti all’antica,
le scale negate. Non è monocorde
questa nuova vita: è che gira
la terra, nelle nostre teste.
Da quando sei triste
c’è sempre la guerra.

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