“Miegliu ’e ’na sciolla mu ne jettàmu”. Abbiamo condannato la montagna

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Belle muntagne, ve circu perdugnu
ppe’ ll’abbandugnu forzatu e amarignu!
‘nsignu a mie spise e nun me ’ngrignu: sugnu
e riestu cugnu de lu vuostru lignu. 

Per dirla, per iniziare, con Michele Pane, in uno dei passi più struggenti della sua produzione (Alle muntagne). Dello stesso poeta, qualche sera fa, l’amico Carmine Torchia, proprio a Decollatura, cantava altri versi (Viernu è vicinu):

Mio squazuniellu, viernu è vicinu:
già le beccacce su alli pantani,
su janche ’e trempe de Riventinu
e lli luntani cuozzi silani:
nue simu nudi, cumu facimu?

[…]

Cchi cce guardàmu? Jamu arrubamu!
– perdùnu, o Giesu! Giesu, perdunu! –
miegliu ’e ’na sciolla mu ne jettàmu,
e nò lli latri ppemmu facimu,
cà si morimu, nue ne squetàmu! 

È tremendo questo perdono che di tanto in tanto riaffiora, con fisionomia e caratteristiche diverse, in diverse poesie del poeta di Adami. Dei due riportati, il primo è rivolto direttamente alle montagne, al ‘nostro’ Reventino, per il forzato abbandono, per l’ostracismo che continuiamo a subire, per noi famosissimi giovani che, dai ammettiamolo, ce ne andiamo sempre da questa terra con il cuore a lutto (perché siamo stanchi di morire senza cure, stanchi di abbandonare una scommessa per ritorsioni, stanchi di vivere scomodamente) eppure, sfido a dire il contrario, rimaniamo sempre cugnu dello stesso legno. E per Pane è il legno del Reventino. Il secondo perdono è rivolto direttamente a Gesù, perché molto spesso ci capita proprio di urlarlo: di gran lunga meglio crepare piuttosto che rubare.

Purtroppo, dello stesso avviso non sembrano essere politici, governanti e ciarlatani vari, altrimenti, immaginiamo, avrebbero preso seriamente in considerazione già da molto tempo il passaggio a miglior vita o, quanto meno, il ritiro definitivo dalle scene di quest’enorme spettacolo intitolato ‘Regione Calabria’. Ma è probabile che per loro entrambe le esperienze siano fondamentali, nel senso che la politica è la loro vita, quando c’è la passione, sapete, in realtà non lavori mai e lavori sempre: pensate come siamo fortunati ad avere così tanti appassionati che proprio non ce la fanno a mollare, a pensare ad altro, no, sono ancora là, nel PD, in Forza Italia, UdC, ecc, ogni tanto cambiano casacca perché, si sa, il lavoro di squadra in politica e nella vita è fondamentale e se le cose non vanno bene, naturalmente, è opportuno cambiare squadra, evidentemente quella non è la squadra giusta. Comunque, quel che conta è che per loro non vale e mai varrà l’assioma di nu muntagnaru come Michele Pane, trasferitosi nientemeno che negli Stati Uniti ma pure da oltreoceano un Vate sfortunatamente (o fortunatamente?) poco valorizzato: è meglio rubare.

Non è una novità d’altronde, per noi che restiamo, assistere alle migliori ruberie sotto la luce del sole. Se poi il sole è quello rovente dell’estate più calda del secolo (stai a vedere che ogni anno hanno pure ragione: ogni anno è sempre più calda) il capolavoro è servito. Tuttavia, ammettiamolo anche qui, la montagna c’è già stata sottratta da tempi immemori. La mia generazione la sta riscoprendo negli ultimi anni, e già questo è ammettere di averla dimenticata. Abbiamo preferito il mare (si vede come), la città con le sue infrastrutture e i suoi comfort. Lasciatela bruciare, la montagna. Lasciatela ai porci comodi di vergognose trattative pubblico-privato (vedi alla voce ‘stato-mafia’). Non glielo aveva raccomandato già Franco Costabile (Ultima uva)? Prendetevi anche il cielo / questo azzurro così antico così raro / portatevelo via. E il magnifico cielo che tutti ammiriamo dalla cima del Reventino, da ieri non ha lo stesso sapore. Lo stesso Costabile qualche verso più avanti chiede, con molta cortesia: Non venite a bussare / con cinque anni / di pesante menzogna.

Sì, d’accordo, non siamo da meno noi, come ricordano in tanti, con le nostre cicche accese, con la nostra spazzatura, con la nostra piromania. Ma non siamo da meno soprattutto noi che, appunto, la montagna l’abbiamo abbandonata. Non con il cuore, come ha detto Pane, è chiaro. Ma il cuore non cura i boschi, non preserva le foreste, non pulisce le strade. Se ne dovette rendere conto anche lo stesso poeta di Adami quando, al suo ritorno dopo anni, riuscì a stento a riconoscere la sua vecchia casa (Vecchia mia casa): cce stiezi ‘na vernata dispiaciutu, cumu ‘nu scanusciutu, de passata. Comunque su una cosa saremo tutti (o quasi) d’accordo: perlomeno, noi non andiamo a bussare per le case con cinque anni di menzogne (tra l’altro Costabile parla di un tempo in cui almeno si propugnavano programmi elettorali, questi famosi esseri in via di estinzione). Noi non rubiamo, non tutti almeno, per fortuna. Ma tutti quanti abbiamo abbandonato la montagna. A volte persino quando ancora la abitiamo.

Gli orti sinergici, le permaculture, le giovani cooperative, le associazioni culturali, le piccole imprese, le botteghine di paese, il panificio, il caseificio, il vecchio contadino che vende al centro della piazza e quella che vende porta a porta. Sono solo alcuni dei tanti protagonisti di una storia che si è cercata di raccontare in anni di attivismo politico (sapete tutti quanto sia più politico u pecuraru piuttosto che altri) e che nel giro di qualche giorno possono essere spazzati via nel più totale abbandono. Fatta eccezione per quei pochi disgraziati che lottano per ore e ore con le fiamme, fatta eccezione per i sindaci che, quantomeno qui, si mettono spesso in prima fila, per quanto sia possibile fare… chi c’è, chi è rimasto, per davvero, a fare la differenza?

Eppure lo ripetiamo sui social, nei bar, in piazza: non ci rendiamo conto. Nessuno. Perché i nostri orologi viaggiano in modo diverso rispetto a quelli dei pini, degli ontani, dei faggi. Perché i nostri orologi ci hanno consegnati alla produttività accelerata, al risparmio dei dati e delle energie, all’ottimizzazione del tempo stesso, in una parola: alla prescia (fretta). Figuriamoci gli orologi dei nostri amici in giacca e cravatta, ormai più che prossimi al miracolo, quello definitivo: cambiare la Calabria! Questa volta per davvero, eh, le altre volte avevano scherzato, o forse non ci avevano creduto abbastanza, non si sa, loro comunque ci credono davvero. È possibile. Fidatevi.

Loro non hanno letto, immaginiamo, Michele Pane né Franco Costabile. Se lo hanno fatto sarà stato sbadigliando, durante qualche evento estivo dall’utilità prossima a zero. Al massimo avranno letto Corrado Alvaro, e sarebbe pure già tanto, ma, anche qui, nella previsione di qualche importante premio, nello studio delle motivazioni per premiare i nuovi scrittori e le nuove scrittici della/dalla/in/con/su/per/tra/fra Calabria. Sempre e rigorosamente in estate, si sa, quando questi tornano per le meritate vacanze estive insieme a frotte di turisti inglesi, francesi, tedeschi, americani. E noi che restiamo, cosa possiamo dire loro? “Bravi”. “Venite”. “Le cose possono finalmente cambiare, grazie a voi possiamo auspicare un nuovo Rinascimento in Calabria”. Fottesega, poi, se del Rinascimento calabrese noi stessi non sappiamo indicare almeno un paio di  testimonianze artistiche, e non dico letterarie (a chi vuoi che interessi Galeazzo di Tarsia? Al massimo a qualche massone).

Ma divaghiamo, lo sappiamo. Alla fine, i problemi potrebbero essere quei due o tre: la gestione statale dei canadair, la gestione dei Vigili del Fuoco, la politica, una cazzo di politica di prevenzione seria ed efficace. Intanto, oggi è stato approvato il nuovo calendario per la stagione di caccia. Tutto sotto controllo, dunque. Tanto noi andremo al mare, domani e pure in inverno (è così poetico il mare in inverno, e avete notato che non è mai sporco?). Finché le fiamme non lambiscono la città, tutto è a posto. Dai che per Ferragosto gli incendi sul Reventino saranno spenti. Ci vediamo in Sila, con la brace accesa.

Intanto, ad oggi, il bilancio per la Calabria che brucia è di quattro vittime. Quattro calabresi che non volevano abbandonare la montagna, gli ulivi, gli animali. Anche loro erano e restano cugnu di questo nostro legno.

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Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]
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