“Mancu crepara pozzu cchjiù”. Dove morire è diventato un lusso

Che alle nostre latitudini sia complicato persino crepare non è più una novità, né un fatto esclusivo di quella o di quell’altra comunità. Per esempio, dopo l’ormai decennale quaestio lametina e dei suoi cimiteri, che i giornali locali si sforzano di ripetere, vengo a sapere che anche a Vibo Valentia non se la passano bene, tra degrado, sporcizia, merda di piccione finanche sulle lapidi e, naturalmente, il sempre più urgente dilemma dello spazio. Uno spazio che la nostra civiltà evidente ha trovato opportuno restringere, sebbene non per una magari sacrosanta rescissione del “contratto” con la morte – come avrebbe adorato il Canetti più giovane, instancabile e ontologico oppositore della Vecchia con la Falce – ma, come gli è ormai congeniale, per sordida e gretta indifferenza. È in casi come questi che non prendiamo abbastanza coscienza di quanto fortunati noi siamo, noi tutti, a non udire le voci dei morti. E di quanto sia sconveniente al massimo, per i morti, non avere speranza di parola.

Le centinaia di cadaveri costretti all’attesa, sempre per esempio, nei cimiteri di Lamezia Terme (città una e trina in toto, dai centri storici ai centri mortuari), quando hanno subìto la malaugurata sorte in vita di nascere senza neanche un parente medio-borghese, continuano a subire questa spasmodica e maledetta aspettativa. Non c’è contrappasso, alle nostre latitudini: per chi non ha una cappella di famiglia c’è piuttosto il solito cane ca mùzzica ’u sciancàtu.

Vadano a farsi fottere Dante e i suoi 701 anni, e in particolare i Quattro Patriarchi, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, e poi Virgilio stesso, gli Spiriti Magni e l’intero clan, insomma, di que’ sfigati che vissero il Limbo eterno solo perché nati prima della Rivelazione. Il Limbo lametino, sempre e solo per esempio, è maggiormente comodo, non vi si scontano pene alcune, se non la dolorosa e tolkienianamente elfica attesa. Esso insiste nella roboante sala osservazione dei cimiteri, custodita da quei dipendenti comunali, sempre più in pochi e sempre più vecchi, che chissà quante ossa e quanti morti si trovano a bestemmiare tra una estumulazione e l’altra.

Politicamente parlando sempre più ignobile il tutto, seppure di politica nobile non posseggo ricordo alcuno nel disagio dei miei trent’anni a queste latitudini. Tutt’al più si fanno ancora proclami di darsi quella spinta seria verso l’apertura alle pratiche, per esempio, di cremazione, oppure ci si appella all’ennesimo bando di gara, al netto degli ennesimi ritardi, magari, o delle ennesime poche trasparenze. Ma chi vuoi che possa mangiarci con i morti? Non c’è memoria mica di recenti interpolazioni criminali, sempre e solo per esempio, in agenzie di pompe funebri, no? Quanto a qualche mazzettina, o addirittura a innocue forniture in natura, a Tizio o Caio per la pietà nei confronti del vecchio zio, o della giovane mamma, o della povera nonna, tutti colpevoli di avere tirato le cuoia in un momento storico così delicato per le Città… cosa vuoi farci?

L’indifferenza può essere finanche più malevola e dannosa di tutte queste porcherie. Non facciamo altro che ripeterlo: essa uccide più di mille parole, come il silenzio, che pure indifferenza non è ma da essa prende ispirazione. E ai morti, poi, che fra gli indifferenti sono i migliori e i maggiori… cosa vuoi che importi di attendere uno, tre, nove mesi o più? Siamo forse noi il problema, noi e la nostra ipocrita considerazione del suicidio. Il nostro suicidio passa anche da qui, da queste sale della vergogna, da questa merda fra i marciapiedi e le tombe, checché, poi, da esso ci consideriamo cristianamente lontani. Aveva ragione Aldo Palazzeschi sul nostro conto: “Uomini, che da voi non sapete nascere, | da voi non sapete neppure morire

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