“Col buio me la vedo io”. Appunti da una presentazione
Un libro, un romanzo intriso di Sud e che del Sud però scardina i luoghi comuni, con personaggi vividi e contesti sociali e geografici – la Reggio Calabria degli anni Ottanta, lo Stretto di Messina – che prendono vita come veri e propri co-protagonisti, perché plasmano e creano le persone che li abitano. Con tutte le sue violenze, la ’ndrangheta, le guerre di mafia, la rivolta di Reggio, e soprattutto con la caparbietà delle donne, a partire dalla protagonista Lucia Carbone, il nuovo romanzo di Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io”, appena alla luce per Einaudi e presentato alla Ubik di Lamezia Terme lo scorso venerdì, si staglia sin da subito, in questa Primavera che tarda ad arrivare, come una piccola grande perla che farà a lungo parlare di sé.
«Avere sedici anni negli anni Ottanta – spiega Mallamo – significava fare parte di una cultura patriarcale e matriarcale allo stesso tempo, fare parte di famiglie di donne che tenevano letteralmente sulle spalle il mondo, che gli davano vita, che lo riparavano nelle sue manifestazioni di fragilità, che riparavano le cose degli uomini, ma che potere non ne avevano». E ancora, sul contesto di violenze della Reggio Calabria di quegli anni, «quello che vediamo ci definisce, quello che vediamo ci crea, ci fa, in qualche modo. Mi sono chiesta com’è possibile che sia nata una generazione di donne che avevano uno sguardo oltre, che sono state capace di ribellarsi a questa cosa. Ho scritto un libro perché non lo sapevo, e volevo capire cosa succedeva».
I libri, continua Anna Mallamo, come “esperimenti di umanità”, dunque, che ci aprono domande, scavano tunnel in quel “buio” da indagare, quel buio che è pieno di mostri – i mafiosi, il patriarcato, le donne che colludono col patriarcato pur avendo una forza immensa – quel buio, però, che «è anche unica possibilità della luce. I libri sono tutti esperimenti di buio in cui infilare la mano e cercare, toccare, vedere cosa ci trovi».
«Un libro che vuole sdoganare alcuni luoghi comuni sul Sud, sulle donne, sul linguaggio – seguo l’ottima sintesi di Maria Francesca Gentile – Lucia, la protagonista, una giovane donna, ossimoro sin dal nome, un personaggio verosimile che custodisce in sé una personalità ambivalente. Lucia è Scilla e Rosario è Cariddi, in mezzo lo Stretto di Mesina, confine liquido e solido tra ciò che si vede e ciò che si sente, come le donne di questo libro. Sono donne che sentono cose, che vedono cose. C’è poi la figura del padre, uomo un po’ solitario, di poche parole, che osserva quasi da lontano quello che banalmente succede in casa, che guarda con diffidenza quello che accade.
Allo stesso modo – continua Maria Francesca – la madre di Lucia, donna un po’ ruvida, poco generosa, donna devota al piccolo figlio maschio, donna che di fatto tira avanti, si occupa di tutte le faccende della famiglia attraverso uno strumento di cura, la cucina. Poi la nonna, anche lei donna forte e determinata. Lucia è rabbia e cura, sfida e protezione, è adolescente e antica allo stesso tempo. Tutto questo avviene nel contesto profondamente violento e chiuso, quello della ndrangheta, della sua famiglia, casa sua. Lucia incarna una nuova mitologia femminile, una moderna Scilla, consapevole di questo potere».
«Vivevo in una terra di mafia – riprende Anna Mallamo – a Reggio Calabria mi sono beccata tutte e due le guerre di mafia, 1200 morti per strada, poi la rivolta di Reggio che è stata guerra vera e propria. In nessun posto d’Italia è successo che entrassero i cingolati. Le guerre di mafia non sono raccontate nel libro per fare folklore, ma perché quello che vediamo ci definisce». E quindi il patriarcato, la sottomissione a queste forze oscure e potentissime che gestiscono il territorio. «Non dappertutto ma in molti luoghi anche per muovere una mela c’è un’economia sommersa e organizzata in un modo che non conosciamo». E ancora sui nomi – Lucia Carbone su tutti – «I nomi devono essere sempre pensati con grande accortezza – sottolinea Anna – perché i nomi sono formule, la formula più forte che ci definisce. I nomi sono incantesimi, tracciano confini. Quanto è potente il nome di un mafioso? Il nome di una famiglia ricca?».

E infine lo Stretto, con la sua Fata Morgana e la nostra “chimera” di un ponte che forse, non ce ne siamo ancora accorti, ma esiste già. «Molti concittadini non lo vedono lo Stretto, non lo vedono per la bellezza enorme che porta. Una bellezza cangiante, mutevole, difforme. Una bellezza che ci insegna cose. La bellezza è qualcosa che ti scava dentro, che ti fa domande, che ti chiede cose e lo Stretto fa così, fa questo. È confine, ma confine da superare, qualcosa che ci unisce. La parola greca per mare è “ponto”, il ponte c’è già, siamo noi, siamo noi, i nostri attraversamenti, i nostri amori che si radicano da una parte all’altra delle sponde. Un luogo di fenomeni stranissimi, di cose spaventose, dentro lo Stretto c’è una faglia di 18 chilometri. Il luogo della Fata Morgana».
Un paesaggio che ci “paesaggizza” suggerisce Anna, e io mi appunto subito questo nuovo verbo. «Non dobbiamo dire qui è bello perché c’è passato Ulisse – conclude – Ulisse come noi è passato e ha detto “che posto pazzesco”. Continuare a dire che tutto quello che è successo qua è che c’è passato Ulisse è una cosa riduttiva, che ci fa del male. Corrado Alvaro diceva che il povero fugge dalla povertà con l’emigrazione, mentre l’intellettuale fugge nel passato. È vero. Una fuga nel passato, quella degli dei, dei miti, di questa terra. Ma apriamo la finestra! Guardiamo ora, il mito è quello che ci circonda adesso. E che dobbiamo salvare, dobbiamo proteggere».
Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha pubblicato due romanzi, "Al di là delle dune" (2023, A&B) e "Quattro apocalissi" (2024, Qed) e un racconto, "Il buco nero" (2025, Galileo Editore).
