Il viaggio, la trasformazione, “il Vento del Mare del Nord” di Salvatore Molinaro
È proprio un viaggio di trasformazione, quello che compie il protagonista de “Il Vento del Mare del Nord”, di mutazione spirituale ed emotiva, di sensibilità e percezione, in un crescendo di tensioni e situazioni avvolte da misteri che, in modo piuttosto esplicito, assurgono alla caratterizzazione di “prove”.
Prove come quelle che tutti ci troviamo ad affrontare, senza scampo, ed è in effetti nella sua possibile interpretazione dell’universale che questa avventura “nordica” funziona al meglio: poco importa se Salvo Molinaro abbia pensato alla dura terra norvegese piuttosto che a un contesto ambientale diverso, perché l’impegno, le angosce, la responsabilità, il senso di colpa, la voglia di ripartire dopo aver raggiunto un traguardo… ecco, queste sono le cose più salate della vita, quelle che le danno un qualche senso che possa quantomeno salvarci dall’oblio.
Certamente, ben si prestano le fredde e gelide arie scandinave con una certa freddezza più profonda, che taluni possono chiamare depressione, talaltri inappetenza dalla vita, magari più genericamente “problemi”. Un qualcosa che si tocca con “la fine”, un qualcosa che è prossimo alla morte: è la morte a portare il freddo, anche se non sempre è vero il contrario.
Si fatica, a tratti, a star dietro alle vertiginose vicende, ai frenetici spostamenti di questa sorta di anti-eroe con una missione da compiere: sono i rischi più “noir”, se non del tutto thriller, che Salvo decide di correre con coraggio, come con coraggio corre il suo protagonista. Ma ecco, le fredde e dure capacità tensive si dipanano, poi, prendono fiato a ogni pagina per addensarsi in una scrittura diversa, più profonda, che ama tenere per mano il lettore e coccolarlo con le più delicate e filosofiche parole: ama riflettere, Salvo, e ama – credo io – che il suo lettore rifletta con lui: chapeau!
È il miglior pregio di questo coraggioso romanzo d’esordio, il continuo dialogo tra fabula e flusso di coscienza, un dialogo molto ben amalgamato che non lascia mai per scontato il “dove ci si trova”: se nelle turbe di questo viaggiatore in crisi o se nel più ampio mondo della riflessione interiore.
Un dialogo, uno stile policentrico che Salvo padroneggia soprattutto con un giusto espediente drammaturgico: quello dell’incontro. Sono tanti gli incontri in cui si imbatte il nostro uomo, tutti estremamente significativi, tutti in funzione non solo della nuda trama ma anche, e forse soprattutto, dell’altro “viaggio” che permea il romanzo, quello più complicato.
Menzione speciale per Rufus, il più vicino di tutti al protagonista e anche al lettore, il cane-spirito guida che regala alcune tra le scene più toccanti e… umane.
“Il senso di colpa è come un coltello piantato nelle viscere ruotato periodicamente, quanto basta, per tenerti sveglio la notte. Ti tormenta con un sussurro malevolo, una voce che non resta inascoltata. Ti segue come un’ombra silenziosa, ma onnipresente. È una fiamma che brucia senza consumarsi, che divora il tuo spirito senza lasciarti il sollievo della cenere”.
“…sto imparando che la vulnerabilità non è segno di debolezza, ma una manifestazione autentica di forza…”
“Non ho bisogno di fare tutto in un giorno. Ho imparato che posso prendermi il mio tempo, che posso sceglier di vivere momento per momento nel modo più autentico e vero”.
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Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha pubblicato due romanzi, "Al di là delle dune" (2023, A&B) e "Quattro apocalissi" (2024, Qed) e un racconto, "Il buco nero" (2025, Galileo Editore).

