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Siamo ufficialmente entrati nella famosa seconda ondata della pandemia, quella attesa e temuta già a partire da giugno. Lo sappiamo dai numeri dei nuovi contagiati a livello nazionale, numeri che si duplicano e triplicano ogni giorno, non lo sappiamo esclusivamente perché ne annunciano la notizia i telegiornali, i decreti del Presidente del Consiglio, o dalla caterva di post sui social network. Eppure non è bastata l’apparente tregua estiva per prepararsi psicologicamente, per riflettere ed eventualmente modulare il pensiero, non è emersa quasi nessuna lezione dalla quarantena fatta in primavera, e passata come modello nel mondo, perché ad oggi prosegue, se non addirittura in aumento, il clima negazionista.

La cosa che più appare strana è che tale clima si trova davvero dappertutto, non fa distinzione sociale: si parla di inesistenza di covid o di complotto, di sistema e di qualunque altra cosa che devia lo sguardo dalla realtà, o meglio dal rischio e quindi dalla tutela, anche in ambienti intellettuali, insomma è pieno di negazionisti non solo fra i pensionati al bar ma anche fra chi ricopre cattedre o poltrone.

L’esempio delle istituzioni

Fa rabbia se proprio le istituzioni o figure politiche più varie, a cui è demandato il maggiore controllo del popolo, non solo non siano in grado di garantire servizi, rafforzare la sanità, dare vicinanza, ma siano pure portatori di un messaggio tanto ostile quanto stupido e nel contempo estremamente pericoloso per la collettività. Già, perché si commette un sacrilegio enorme a portare avanti la propria idea personale, che può essere delle più disparate, ed essere anche un componente del Governo, della Regione, o del Comune, enti che devono necessariamente attenersi alle regole per far sì che in modo altrettanto coerente i cittadini possano fare lo stesso.

È dannoso, specie in queste ore che il numero dei nuovi contagi sale a 11 mila casi al giorno, pensare di fare di testa propria. È importante che tutto il mondo dell’informazione si attivi al più presto, che non si fermi solo ai dati standard ma racconti storie singole che possano fare da testimonianza, che tutti, associazioni e realtà culturali, religiose e sportive, scrittori, tutto il mondo della letteratura, assessori, consiglieri comunali e provinciali, si mettano in discussione, al di là di personalismi ed egocentrismi.

Il virus è dietro la porta di casa di ciascuno di noi e non possiamo più fare finta di niente. Non possiamo più negarlo. Lo dobbiamo a chi ci sta attorno, parenti, amici e perfetti sconosciuti su cui cadono, però, le responsabilità di chi ricopre un ruolo pubblico; lo dobbiamo ai nostri malati, a quelli che ce l’hanno fatta e mantengono nel cuore un trauma, a quelli che occupano le terapie intensive sempre in aumento, lo dobbiamo ai morti d’Italia e del mondo intero, ché sta storia che i vecchi si ammalano di più e i giovani di meno offende parecchio proprio i morti, così come è pure ora di smetterla di raccontare in maniera deviata i numeri e i malati, distinguere quelli con patologie pregresse e quelli senza, basta. È ora di finirla qua. Lo dobbiamo a noi stessi, a quello che potremmo diventare continuando a marciare verso l’onda del negazionismo più becero, quello che potremmo diventare per i nostri figli domani.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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